In questo mese passato dopo le rivolte, in Inghilterra si è parlato poco dei fatti, rispolverando l’abilità di scrivere la storia (altrui di solito, casalinga in questo caso) anziché ricostruirla. Si è però potuta vedere la reazione dell’opinione pubblica britannica, dalla Bbc al discorso dell’uomo comune rispetto a questo fuoco di paglia (e negozi).

Cameron reagisce ai disordini schierandosi in TV col gruppo dei buoni: simpatizza con le famiglie, con chi ha avuto negozi e proprietà (vocabolo chiave nel pensiero isolano: property) distrutti e mette a distanza i criminali. Risponde al suo elettorato, che non è certo composto da gang di incappucciati. Forse i veri inglesi (che dicono “noi” contrapponendosi a “loro”) sono quel 65% di adulti che hanno votato nel 2010. Ma l’altro 35% ?

Bbc Radio (custode dell’identità nazionale) trasmette ogni giorno Outlook, serie di biografie straordinarie di persone comuni: almeno una volta la settimana c’è un bimbo indiano/irakeno, scampato ad orrori di regimi e guerre, che con tenacia è riuscito a ricostruirsi una vita (di solito in UK) grazie all’accesso fortunoso a una buona istruzione (in UK). Queste storie finiscono di solito con la bimba/o che forma una famiglia (pilastro valoriale anche qui, come visto nel caso di Elton John neo-papà) e finalmente “runs his own business”, ha un’attività in proprio. Perché queste storie sono raccontate così? Come si deve vivere per essere accettati e rispettati da Cameron e della Bbc?

In un noto esperimento di psicologia sociale, a una classe vennero mostrati dei dipinti di Kandinsky e Klee con la richiesta ad ogni studente di esprimere una preferenza. Lo sperimentatore divise in due la classe, a caso, ma disse che da una parte c’erano i fan di Klee, dall’altra i fan di Kandisky. Questo creò un senso di solidarietà entro ciascun gruppo e di differenziazione dall’altro: ciascuno subitò pensò se stesso come Kandnskyiano o Kleeiano. Tale categorizzazione fu evidente quando Tajfel chiese ai ragazzi in che modo intendevano distribuire delle risorse (fiches, dato il contesto di laboratorio), se cioè optando per uno schema del tipo: “a noi Kandiskyiani 10 fiches – a voi Kleeiani 10” oppure “a noi 7 – a voi 0” etc… La scelta più gettonata fu la seconda. Lo studio mostrò come sia spontaneo, dove le differenze siano vere o presunte, arroccarsi all’interno del proprio gruppo; e che il pensare in termini di Noi/Loro sia una tendenza naturale: sorgeva semplicemente in base a diverse preferenze artistiche!

Con questo in mente, non ci stupiamo se una parte della società britannica si trova completamente “fuori” e il restante “dentro” se ne distanzia sdegnato. In Italia c’è una divisione tra caste e corporazioni e i non-nativi sono, in proporzione, pochissimi. L’Inghilterra è diversa. Gli outsiders sono molti e l’identità nazionale, classica ma attuale, è basata su sacri simboli british: la Regina, Nelson, le battaglie, la Scienza, le istituzioni democratiche, l’orgoglio di chi esporta civiltà, il colonialismo glorioso. Sei citttadino quando sei “inglese dentro”. Quando avrai fatto tuoi i simboli isolani, sarai orgoglioso di essere diventato british: anche se guidi un taxi e sei figlio di pakistani.

La parola d’ordine è assimilazione. Non esiste integrazone diffusa all’italiana. E’ vero, dagli anni ’50 in avanti sono arrivati qui a milioni, ma oggi c’è dell’altro. Da noi perfino il Veneto, culla del leghismo, ha finito per accogliere e accettare l’immigrato, “purché lavorasse”.

La debole identità italiana non mira ad assimilare nessuno, non mira a trasformare, insegnare, convertire: non potrebbe nemmeno. E così non divide, almeno a livello ufficiale, istituzionale, in Noi e Loro (tanto che le paranoie leghiste alle comunali di Milano non hanno fatto presa). Non si compiace di espellere o relegare chi non è “dentro” (rileggi Cameron). È naturale per noi pensare che il milione di rumeni nel nord, una volta imparata la lingua, sia già inserito. Ma nell’Isola, milioni di caraibici, indiani, pakistani (di terza, quarta generazione) hanno dovuto scegliersi britannici. Hanno dovuto passare dal “Noi” a quell’altro “Noi”, maggioranza culturalmente british. Alcuni l’hanno trovato conveniente, praticabile o possibile; altri no, e non l’hanno fatto.

di Davide Zanin, psicologo