In pieno Quadrilatero, cuore storico di Bologna, rinasce il jazz. In via Caprarie numero 3 viene inaugurata durante i T days la prima stella della “walk of fame” fatta in casa. La lastra di marmo è dedicata a Chet Baker, trombettista irrequieto e struggente che dall’Oklahoma aveva scelto questa città fra le sue ispiratrici.

Forse non a caso. Grazie ad Alberto Alberti, Bologna era diventata uno dei poli del jazz e dello swing più importanti d’Europa: tra il 1959 al 1975 quel Bologna Jazz Festival ideato dal talent scout insieme ad Antonio Foresti (il famoso Cicci) e Carlo Maria Badini, fece della città in cui poggiarono le loro note artisti come Miles Davis, Dexter Gordon, Sarah Vaughan, Charlie Mingus, Art Blakey, Ella Fitzgerald, un lustro internazionale.

E questo si è voluto riproporre inaugurando, sotto le note di My Funny Valentine (interpretata da Tom Kirkpatrick), la strada del jazz: “è un sogno che si avvera per chi ha vissuto le settimane del jazz degli anni settanta, ma ancora di più è l’opportunità di riviverlo per chi ancora non era nato” spiega l’assessore al Marketing urbano, Matteo Lepore. “Dobbiamo parlare di questo all’estero, e promuovere l’amore per Bologna”.

A vedere la luce, assieme all’installazione che porta l’impronta della Hollywood boulevard fra i palazzi medievali anche una targa in omaggio ad Alberti (scomparso nel 2006) col compito di riscoprire nuovamente via Caprarie come strada di musica. Proprio come fece nel 1956, quando aprì il famoso Disclub, il primo negozio di musica jazz.

“Proprio in questa via  – racconta l’ospite d’onore sul palco della kermesse, il regista bolognese Pupi Avati – da quelle finestre, noi venivamo ad ascoltare il suono. Si, perché Alberto aveva un’attività strana. Non era un semplice rivenditore. Lui promuoveva più che vendere – ripercorre il regista– anche perché noi non avevamo una lira, e allora lui ce li faceva “provare”, i dischi. “Provare” significava poterseli portare a casa, e ascoltarli. Poi magari comprarli. Qui, in questa strada storica – inizia a far viaggiare l’immaginazione degli ascoltatori – che ha visto i grandi maestri dei tortellini Tamburini e Atti, il bar Otello e i suoi grandi cultori del calcio, le penne stilografiche di Stefano Germano, gli Argentieri e gli orefici, e naturalmente il biliardo di Sala Orsi; qui è nata la mia passione per il jazz e il grande sogno della mia vita”. Conclude: “la colonna sonora della mie giornate io la devo a quelle finestre là”.

Oltre al “grande maestro e grande artista”, come lo definisce un ossequioso Paolo Alberti (fratello di Alberti che ha concepito l’iniziativa assieme a Gilberto Mora) a scoprire le opere, c’è tutta la Bologna che conta. Quella Bologna aristocratica, un po’ snob e malinconica nei confronti di una bolognesità quasi esclusiva – quella che sono tutti grandi amici fra loro: Fabio Alberto Roversi Monaco, che viene ringraziato naturalmente per il contributo della sua Fondazione Carisbo; la moglie di Alberti, Marcella, e la cugina di Avati, ora proprietaria del palazzo. Partecipano anche – ma con più discrezione – il fratello Antonio Avati;  Tullio De Piscopo; Nando Giardina; Piero Odorici.

E poi, timidamente: il primo cittadino Virgino Merola, il già citato assessore Lepore, la Rai, che pare abbia dato spazio al jazz in tutti questi anni. A tutti viene consegnato un premio per l’impegno e la dedizione nei confronti del jazz e della città.

Intanto, tutto intorno, la festa imperversa. Riemergono le splendide strade che diramano dalle torri chiuse a quel traffico che solitamente le soffoca e le persone passeggiano accompagnate dalla rassegna jazz. Tra “l’odor di benessere” e di crescentine fatte al momento da mani esperte di Zocca, via degli Orefici e via Caprarie rilanciano la “musica americana” e la classica “vecchia Bologna”.

(i.g.)