La storia che oggi vi raccontiamo è quella di un giovane musicista il cui amore verso un particolare genere musicale l’ha portato ad attraversare l’oceano e a sbarcare laddove quel genere è nato. Sorto nelle strade di New Orleans questo genere passò per le fumose e maleodoranti bettole di Chicago, arrivando fino alla imponente New York e da qui, attraversando gli oceani, riuscì a invadere il mondo. Quel genere musicale è il jazz e l’artista che ci apprestiamo a conoscere è Leonardo Radicchi.

Partito dalla natia Perugia, sassofonista, arrangiatore e compositore, si trasferisce a Boston, Stati Uniti, dove si diploma con il massimo dei voti presso il Berklee College of Music. Perché il suo, per il jazz, è un amore immenso. Ascoltarlo è un po’ come innamorarsi, non bisogna capirlo o sforzarcisi più di tanto, quel che basta è soltanto intuire una vibrazione e farsi trasportare. In parole semplici, il jazz è puro istinto e improvvisazione e, come ha detto Louis Armstrong, ogni canzone contiene i ricordi di chi la inventa.

Colto ma di origini popolari, improvvisato ma anche pensato, si può pensare a questo genere musicale come un grande fiume sempre in movimento, in cui ogni generazione può apportare qualcosa di nuovo, quel che conta è la continuità col passato piuttosto che la rottura. Proseguendo su quel percorso tracciato dalla tradizione, Leonardo Radicchi, assieme ad altri studenti del Berklee College of Music, ha inciso un brano per una compilation intitolata Octave prodotta dalla label Jazz Revelations Records (Jrr), nella quale emerge tutta la freschezza che i giovani musicisti, grazie al loro talento, sono riusciti a imprimere con pezzi anche afro-pop e soul, pogressive jazz, experimental jazz e classic jazz. Abbiamo intervistato Leonardo Radicchi per conoscere in maniera più approfondita la sua esperienza – dal punto di vista musicale – negli States.

Leonardo, mi racconti di questa compilation e come nascono le vostre composizioni?
Octave è una compilation che annualmente seleziona circa dieci ‘talenti emergenti’ tra le proposte sottoscritte. Il brano che è stato selezionato e registrato è una mia composizione registrata con una band composta da cinque elementi di quattro paesi diversi (Italia, Cile, Messico, Usa). Con loro abbiamo registrato anche un altro disco, I Hear voices in my Head, per Groove Master Edition composto da 9 brani di cui 7 composti da me, e una cover di un brano di Thelonious Monk. L’idea di fare il disco ci è nata pian piano dopo circa 50 concerti insieme, ci siamo detti: forse abbiamo trovato un suono, un suono nostro! Seppur strumentali, le composizioni hanno un significato abbastanza preciso e l’ispirazione a scrivere e suonare brani dalle caratteristiche compositive così diverse ci è venuto dalla varietà dei nostri background non solo musicali e dalla varietà di stimoli che si vivono in un ambiente multiculturale come gli Stati Uniti.

A proposito, com’è lavorare all’estero? Mi descrivi un po’ la tua vita d’artista?
Sono stato negli Stati Uniti circa tre anni studiando e suonando soprattutto tra Boston e New York (oltre a un breve tour in Messico). Lavorare all’estero è molto diverso che lavorare in Italia. Lì ho avuto modo di fare gavetta: cioè poter suonare spesso in club, teatri e auditorium presentando musica originale. Con un pubblico attento (che non significa competente, ma certamente con le orecchie aperte) interessato a sentire qualcosa di nuovo, cosa hai da proporgli. Non che in America sia tutto rose e fiori, certo (abbiamo passato nottate su autobus attraversando un paio di Stati dopo una serata che ci faceva coprire poco più delle spese!), ma la soddisfazione di essere ascoltato e trattato musicista arriva già lì, appena dimostri di aver qualcosa da dire, senza che tu debba essere già celebre! In Italia già prima di partire per gli Usa ho fatto il musicista suonando in gruppi jazz, in marching band, in gruppi R&B e musica popolare. Prima di approdare al Berklee College di Boston non avevo avuto una vera formazione accademica. Studiare lì mi ha permesso di mettermi a posto tecnicamente e contemporaneamente sviluppare le mie idee artistiche.

Come viene vista negli Usa la scena musicale italiana?
Se parliamo di jazz (per quanto vago possa essere il concetto), negli Usa si conosce molto la rete dei festival che in estate sono ovunque in Italia. Umbria Jazz ad esempio è un traguardo per molti musicisti americani. I musicisti italiani invece sono meno conosciuti se si escludono i 4-5 nomi più celebri (Bollani, Fresu, Rava, Giuliani…).

Quali differenze principali hai riscontrato fra i due Paesi?
L’attenzione ai giovani: non parlo del prodigio isolato che si fa notare anche qui per la sua maestria. Parlo di un’attenzione di tipo collettivo a ciò che serpeggia in un certo ambiente in un certo momento. Questa collegialità nello sviluppo di idee artistiche si autoalimenta dello stesso interesse che provoca, motivando gli artisti a scavare in quella direzione.

Quanto conta la Rete oggi per un artista come te?
Molto. La rete ci permette di fare cose impensabili per i musicisti di 20 anni fa; e non solo nella maniera più ovvia (nuova discografia digitale), ma anche di condividere esperienze e notizie con musicisti e artisti che vivono in diverse parti del mondo e che ci influenzano artisticamente in senso lato.

Avete in programma concerti? E come state promuovendo il vostro disco?
Abbiamo fatto una serie di concerti tra luglio e agosto in molte regioni italiane (Emilia Romagna, Campania, Umbria, Lazio, Puglia) suonando in alcuni festival (come il Viterbo JazzUp, Eco Jazz Festival a Brescia, il Festival dei Giovani Concertisti a Perugia), poi abbiamo suonato in club e piazze… Attualmente sto mettendo in piedi il mio quartetto italiano con cui cominceremo una serie di concerti da novembre in diversi club italiani.