C’è una parola che ricorre spesso nelle memorie presentate ai pm di Napoli dall’avvocato di Silvio Berlusconi, Niccolò Ghedini. E quella parola è Ruby. Il giudizio immediato cui il premier è sottoposto a Milano riecheggia più volte nei documenti partenopei. Il timore dell’avvocato-onorevole è che l’indagine per estorsione contro Lavitola e Tarantini possa ritorcersi contro il presidente del Consiglio, imputato per concussione e favoreggiamento della prostituzione a Milano. Ma è un timore a due facce, che lo stesso Ghedini gioca con la procura per cambiare lo status con cui Berlusconi parlerà ai magistrati napoletani.

Per questo Ghedini scrive ai pm che “se tale è la situazione che allo stato è stata rappresentata appare evidente come ciò non consenta di assumere il presidente Berlusconi quale testimone”. In sostanza, spiega l’avvocato del premier, Berlusconi non può essere sentito in queste condizioni contro chi – nelle tesi dell’accusa – lo ricatta perché “è evidente che qualsiasi domanda, anche solo di chiarimento, che possa concernere tale argomento, seguendo il ragionamento dello stesso giudicante, potrebbe, in astratto, rivelarsi pregiudizievole per il presidente Berlusconi”.

Paradosso nel paradosso, quindi, per meglio combattere il ricatto dei due, dice Ghedini, a queste condizioni Berlusconi è costretto a starsene zitto. Per questo stesso motivo, del resto, la difesa di Berlusconi due giorni fa ha chiesto formalmente che il premier non sia “escusso” nel procedimento come testimone, ma come imputato in reato connesso. La qual cosa gli concederebbe ad esempio di avvalersi della facoltà di non rispondere e la presenza di un avvocato.

La procura per parte sua ha rigettato la linea spiegando ai difensori del premier che il “collegamento” cui Ghedini si appella è “nel contesto della trattazione, da ritenersi in senso fattuale e, comunque, certamente, non è utilizzato con riferimento all’unica ipotesi di collegamento investigativo rilevante ex art 197 cpp (cioè appunto, l’ipotesi di reato connesso, ndr).

Non ricorrono, scrivono i pm, i casi di legge per rendere il collegamento “giuridicamente rilevante”. In più, rassicura la procura, la “qualità” di parte offesa di Berlusconi è più “pregnante” di quella di imputato a Milano. Per questo, “si ritiene che già in questa sede possa evidenziarsi che la persona offesa Silvio Berlusconi comunque non sarà richiesto da questi pm di riferire su fatti per cui si procede a Milano”.