Nella versione definitiva della manovra, approvata ieri dalla Camera, è stato mantenuto anche l’articolo 8 del decreto del 13 agosto scorso, quello per cui i contratti aziendali possono derogare ai contratti collettivi e alle leggi nazionali sul lavoro, compreso lo Statuto dei lavoratori. Una norma che non ha nulla a che vedere con l’obiettivo del pareggio di bilancio, ma particolarmente cara al ministro Sacconi, ciclicamente all’attacco dell’articolo 18 sul licenziamento senza giusta causa.

Oltre alla questione della derogabilità delle leggi, uno degli aspetti più preoccupanti è il passaggio che affida a rappresentanze territoriali il potere di concordare tali contratti aziendali, che saranno tra l’altro applicati “nei confronti di tutto il personale delle unità produttive cui il contratto si riferisce”. Con valore retroattivo, così da includere anche gli accordi precedenti il 28 giugno, come Pomigliano e Mirafiori. Un esplicito regalo all’ad di Fiat, Marchionne, alle cui minacce di interrompere le produzioni in Italia il governo risponde con costanti premure.

Un inaspettato spiraglio è venuto da un ordine del giorno del Partito democratico, che chiede al governo di valutare gli effetti dell’articolo 8 e di riformularlo con il coinvolgimento delle parti sociali, in linea, immancabilmente, con l’accordo del 28 giugno scorso. La prospettiva non piace a Sacconi, che oggi è intervenuto appositamente sul quotidiano degli industriali (ma non credo siano loro quelli da convincere) per illustrare ancora una volta le ragioni della norma.

E qual’è la ragione principe per cui è opportuno affidare a sindacati di comodo la negoziazione da cui dipendono i diritti dei lavoratori di un’azienda e imporre gli accordi raggiunti, in deroga alle leggi, a tutti? La modernità. Ecco, questo se possibile mi sembra più grave del resto.

Che ciò che va in direzione di una cancellazione dei diritti e di maggiore precarietà passi sotto il nome di modernità e il resto siano arcaiche ideologie che il vento del progresso ha spazzato o spazzerà via definitivamente. Che il lavoro moderno non sia quello che dispone di tecnologie, di innovazioni, quello in cui si riesce a garantire la sicurezza di chi lavora, quello pensato in accordo anche con altri tempi di vita, ma sia quello senza diritti. Una modernità che cammina all’indietro.