Il terzo dibattito tra i candidati repubblicani alla presidenza degli Stati Uniti, mercoledì scorso, è stato molto interessante. Malgrado la campagna elettorale non sia ancora ufficialmente iniziata – bisogna attendere fino all’inizio di gennaio – la polarizzazione tra moderati e conservatori è già in atto. Gran parte del dibattito è infatti vissuto sugli scambi di battute tra Matt Romney e Rick Perry.

L’ingresso nella competizione di Rick Perry, il governatore del Texas, ha vanificato sette lunghi anni di lavoro di Mitt Romney. Partito da posizione moderate, Romney ha cercato di evitare il destino di un altro famoso moderato, Nelson Rockefeller, governatore dello stato di New York dal 1959 al 1973, che avrebbe potuto vincere le elezioni nel 1960 o nel 1968 e diventare presidente se soltanto fosse riuscito a convincere il suo partito a nominarlo candidato.

Ma quella era una stagione politica in cui il partito repubblicano preferiva i politici conservatori a quelli moderati, e così Rockefeller non ebbe mai la sua occasione di diventare presidente. Oggi il partito repubblicano vive una stagione politica simile, e ora come allora i veri “king maker” dei candidati repubblicani alla presidenza degli Stati Uniti sono i membri dell’establishment conservatrice del partito.

John McCain, che ha cercato di sfuggire a questo umiliante (per lui) condizione nelle elezioni del 2000, si è ben guardato di riprovarci in quelle del 2008. Conseguentemente, Romney ha iniziato nel 2004 a reinventarsi come conservatore. E’ diventato pro-life in materia di divorzio (era pro-choice), ha assunto i toni del liberista e le posture da politico pro-business, ha stigmatizzato Washington e i politici di professione. Tutto questo però non è stato sufficiente per assicurargli la nomination nel 2008, ma avrebbe potuto esserlo nel 2012; sarebbe stato sufficiente se, appunto, Rick Perry non si fosse anch’egli candidato.

L’ingresso di Perry ha immediatamente riposizionato Romney come moderato. Il dibattito di mercoledì ha confermato questa dinamica. Romney si è proposto di riformare il sistema pensionistico (Social Security), Perry di rivoluzionarlo. Romney ha cercato di presentarsi come un interlocutore del Tea Party, ma Perry è già ora un interlocutore naturale del Tea Party. E della destra religiosa. E della componente sudista del partito. La coalizione che potenzialmente sostiene Perry è nelle cose, quella di Romney ancora da costruire. L’ingresso di Perry inevitabilmente spinge Romney a cercare al Nord, tra i moderati repubblicani del Midwest e del New England, quel consenso che non troverà al Sud.

L’ingresso di Perry nella competizione per la nomination del candidato repubblicano alla presidenza degli Stati Uniti ha posto Romney sulla difensiva. L’intera sua strategia era quella di assumere una postura presidenziale, un atteggiamento super partes, e non lasciarsi toccare e influenzare da critiche e polemiche. Ma questa strategia ha senso se i tuoi interlocutori sono percepiti dall’opinione pubblica come inferiori a te. Questa strategia non ha più senso se tra i tuoi avversari c’è il governatore dello stato del Texas (uno stato che ha espresso tre degli ultimi otto presidenti). A questo punto, l’atteggiamento ‘imperiale’ deve lasciare spazio a una postura aggressiva. Ma la postura aggressiva è proprio quella che sembra essere naturale a Perry.

La campagna non è ancora iniziata, e sarà interessante vedere come Romney reagirà alla sfida di Perry. Per intanto, allo stato delle cose, Romney dovrà mostrare di avere sangue nelle vene, se vuole ottenere i voti, e Perry di possedere autocontrollo, se i voti non li vuole perdere. Infatti, se Romney ha urgentemente bisogno di mostrare un po’ più di passione per cancellare l’impressione di essere un politico tutto calcoli e razionalità, incapace di infiammare gli entusiasmi della base repubblicana, Perry si trova nella condizione opposta. Proprio perché è passionale, volitivo, emotivo, deve dimostrare di essere un candidato disciplinato e capace di evitare di cadere in qualche gaffe che potrebbe istantaneamente distruggere la sua candidatura.