Tu quanti anni hai?” “Ventisei?” “Ma sai che li porti proprio bene? Non li dimostri” mi disse davanti a una pinta post lavoro il nuovo manager IT, quelli che, per intenderci, risolvono tutti i problemi di tutti i computer di tutta l’azienda.

Il manager IT, ventiquattro anni appena compiuti. Quando sono arrivata qui di anni ne avevo venticinque.

Uno in Italia a venticinque anni che fa? Ha appena finito l’università, cerca il primo lavoro. O se lavora già da un po’ magari cerca un altro lavoro, è contento con quello che ha, o cerca un contratto di lavoro serio, a tempo indeterminato.

A venticinque anni in Italia siamo nel bel mezzo di quella crisi d’identità che non sappiamo bene cosa fare.

Sentiamo che stiamo lentamente scivolando verso i trenta, ma ci ostiniamo a dire che siamo ancora giovani e c’è tempo per fare tutto quello che vogliamo.

Cerchiamo lavoro, ma tutti ci richiedono minimo 10 anni di esperienza, che se ne ho venticinque di anni dove la facevo l’esperienza? Forse nella pancia della mamma?

Facciamo master su master che non si sa mai, che alla fine la laurea 3+2 vale ma vale relativamente, e se fai solo i 3 anni perché non hai fatto gli altri 2 poi? Accettiamo tirocini e stage non pagati, e ci lasciamo mettere davanti a computer anteguerra per giornate intere, a cercare di imparare qualcosa, tutto per l’esperienza. Facciamo anni di praticantati non stipendiati perché funziona così, e avrai i tuoi soldi poi, nel futuro.

In tutto questo, sentiamo l’avanzare del tempo, e cerchiamo di fare finta di niente. Ma allo stesso tempo sentiamo che avremmo bisogno di una casa, di un lavoro vero, di una vita da adulti. È che da dove iniziamo?

Con questo non voglio dire che, se a ventotto anni o più si decide di cambiare, lasciare l’Italia e trasferirsi in Inghilterra tutto questo non sia possibile “perché sono troppo vecchio e non ho speranze”. No, perché qui le possibilità sono quasi infinite. Mentre in Italia sembrano scarseggiare. Intendo dire che qui a ventotto anni una persona lavora già da almeno sei anni. Mentre noi italiani potremmo benissimo essere ad una delle nostre prime esperienze lavorative. Intendo dire che, quando arrivi qui, una delle prime cose che pensi quando incontri un tuo coetaneo che lavora già da quattro anni mentre tu hai fatto solo lavoretti part time mentre studiavi, è: “Porca miseria. L’Italia è veramente un paese per vecchi. E noi, chi ci si piglia?”.

Basta guardare i nostri politici: il più giovane forse è il Trota, al secolo Renzo Bossi, e di certo non vorremmo avere lui come esempio di gioventù in politica. Per il resto l’età media si aggira tra i 40-50-60, tendendo pericolosamente verso i 70-80. Quindi alla mia età in Italia sono ancora giovane e magari farò quello che voglio fare a 45 anni.

Ma in Inghilterra non funziona così.

Gli inglesi a ventidue anni finiscono l’università. Ma la finiscono davvero. Non sono mezzi dottori come noi che poi ci tocca fare quei famosi più 2 perché qualcosa è andato storto in qualche passo della riforma, e facendo solo i tre sei “dottore di primo livello” o “dottore Junior”. E finisci sì a ventidue anni, ma dovresti cortesemente fare gli altri per togliere quel “junior” di mezzo.

Gli inglesi poi, finita l’università iniziano a lavorare. Trovano lavoro facendo all’inizio un tirocinio (molto probabilmente spesato), ma dato che qui esiste ancora la meritocrazia e ci sono ancora speranze per i giovani, hanno la possibilità poi di venire assunti a quel famoso tempo indeterminato di cui noi italiani siamo alla disperata ricerca.

E i non laureati? Anche senza laurea, ci si può provare. La testa, le capacità e l’essere buoni imprenditori di se stessi contano più del voto di laurea e di tutte le scartoffie che contano in Italia.

E allora a 22 si ritrovano a fare stage pagati in una grande azienda internazionale per sei mesi, con la possibilità,poi, di restare. A 26 lavorano in Procter&Gamble già da quattro anni, e faranno parte del “Comitato giovanile per le Olimpiadi 2012.” A 25 sono business developer per aziende appena nate, ma con potenziali stellari, che vogliono cervelli “freschi” e pieni di idee.

A ventiquattro sono manager nell’azienda per cui lavoro pure io, 26 anni, non proprio manager.

E sono quelli che al pub dopo il lavoro il venerdì (dopo avermi detto che mi porto bene i miei anni) mi chiedono: “Ma è vera quella cosa che dicono dell’Italia, che è così difficile trovare lavoro, anche per quelli della tua età?”

E io, a quel punto, che dovevo fare? Gli ho offerto un’altra birra. “Poi ne parliamo” gli ho detto. E in quel preciso momento mi è venuta in mente quella canzone di Elio e le storie tese, quella che dice: Vorrei, vorrei (…) una casettina in periferia, la mogliettina, il posto fisso. Vorrei, vorrei, chissà se ce la farò mai.”

di Costanza Pasqua, blogger