Non ho alcuna intenzione di lasciare questo Paese. Non posso perdermi lo spettacolo dell’ Italia che sprofonda nel suo bel mare. Non è una mossa ragionevole, lo so bene. Non è uno spettacolo gradevole, no davvero.

Viviamo una crisi – economica, politica, sociale – senza precedenti. Crollano le borse e le dignità, crescono solo vecchi pregiudizi e privilegi. Il potere, questa armata raffazzonata di affarini e furbastri, pensa (?) ciecamente solo a mantenere il suo status quo. Se non agli occhi, e’ ben visibile ai sensi l’essenziale verità di pensiero delle classi dirigenti italiane: semplicemente sono logore, credono che non ci sarà alcun futuro, e che l’ Italia finirà dopo la grande abbuffata.

Chiarito questo, scansata ogni ingenuità, ribadisco: non ho alcuna intenzione di lasciare questo paese. Anzi, reo confesso, ammetto di più: ero all’ estero, e sono tornato. Ho fatto collezione di “ma chi te l’ha fatto fare?”. La sera, prima di andare a letto, me lo domando anche io.

C’è che in una nave che affonda, diceva il poeta, “gli intellettuali sono i primi a fuggire, subito dopo i topi e molto prima delle puttane”.

C’è che non sopporto la retorica della fuga dei cervelli. Non sopporto questa spaghettata di fuggiaschi in cui finiscono insieme lo studente erasmus a Dublino e il ricercatore di fisica molecolare, il “finance consultant” londinese e il mistico hippy giramondo, dove l’ Europa è una specie di soluzione morale, la Cina il futuro, il terzomondo un chiosco tropicale, i progetti un condizionale.

Non mi piace la lettera – circolava sui giornali quest’inverno – di quel padre che consigliava al figlio una serie di banalità sul perché lasciare l’ Italia. Non mi piace che il figlio, col suo bel bagaglio di conoscenze e di cervello, sappia ripetere solo una stanca nenia di disillusione e di rassegnazione. Andarsene, certo,  è naturale , è quello che si aspettano tutti, e dunque, mi sia permesso, è la cosa sbagliata.

Non credo sia concessa alcuna disillusione, non credo sia il significato della gioventù, la disillusione, e nemmeno la rinuncia.

Non sopporto la fuga perché non è una scelta esente da conseguenze. Parafrasando Bufalino, si tratta, in buona sostanza, di condannare o assolvere l’ Italia, dunque di condannare o assolvere noi stessi. Si tratta di dare significato e verbo al proprio agire.

Sia chiaro che con questo non voglio dire che si debba restare tutta la vita nel proprio quartiere a coltivare l’orticello. Andare, viaggiare, vivere in luoghi diversi, è un processo naturale di arricchimento. Cogliere le opportunità all’estero, capire cosa funziona e cosa no. Rischiare, sì, essere onesti con quel che si lascia e che si trova. Andare e venire, come sempre è stato e sempre sarà.

Facciamolo, di più, più spesso, e anche meglio, ma vi prego eliminiamo la fuga dal linguaggio e dal pensiero. Infondo non si tratta di imbarcarsi con una valigia di cartone.

Dico di più: se si tratta di fuggire, meglio restare!…e parta invece chi crede che l’ Italia è il miglior paese del mondo, perché evidentemente ha bisogno di vedere altro!

Per quel che mi riguarda, non fuggo da nessuna parte. Non su consiglio, né per le colpe di qualcuno. Più mi spingono fuori, più ho voglia di restare. Si tratta di intestardirsi mica poco.

Ma si tratta di dare significato alla modernità, e con essa al viaggio stesso. Non è cosa da niente.

Io resto, ma ho tanti amici sparsi per il mondo. Rectius: ho tanti amici che sono il mondo. Molti non torneranno, altri sicuramente si, altri ancora si sposteranno ancora più lontano. E’ un grande movimento di energie.

Continuare a concepire questo movimento come una fuga,  impedisce di trovare grandi risposte da darci e grandi domande da porci. E’ una fuga nella fuga.

Fuggire e viaggiare. I termini, in verità, sono quasi antitetici. Si fugge da qualcosa che non si vuole affrontare.

Ma in verità, il pensiero non sa fuggire. Le paure tornano, le rimozioni ci perseguitano. Fuggire, mentalmente, equivale a non pensare. Dunque, la fuga dei cervelli è un assurdo, e non una calamità.

E’ strano che fuggire abbia preso il posto di viaggiare, sia cioè diventato sinonimo di ciò che non è. Pensando al viaggio, non posso non pensare al mito di Ulisse, al viaggio come incoscienza per la conoscenza,  come insostenibile capriccio di chi insegue cosa non sa, come lo sforzo, umano e fallibile, di immaginare il presente oltre colonne che crediamo insuperabili.

No. Pensare a un generazione in fuga proprio non mi va giù, e se di fuga si tratta, non voglio prenderne parte. In tal caso, mi si consideri a fini statistici un vecchio o un bambino.

Si certo, so che mi aspettano tempi duri e difficili, che mi pentirò di molte scelte, che finirò a consigliare a mio figlio le stesse cose che oggi fanno storcere il naso a me. So tutto questo e non ho idea di come affronterò questi ciclopi e queste tempeste.

Ma non voglio fuggire, voglio vedere l’ Italia, il bel paese , specie quello che ancora non c’è.