“Prima di parlare, chi ricopre cariche importanti dovrebbe documentarsi”. Così Edoardo Gatti, fratello di Domenico Gatti, pilota del Dc 9 Itavia precipitato su Ustica reagisce alle parole del ministro Carlo Giovanardi che ha sparato a zero sulla sentenza che fissa un risarcimento di 100 milioni di euro per i famigliari delle vittime.

Signor Gatti, lei è il fratello del pilota di quel tragico volo. Come ha reagito alla notizia della sentenza che ha fissato finalmente un risarcimento record per i famigliari delle vittime ?

Noi tutti famigliari delle vittime di Ustica ci aspettiamo la verità sull’accaduto. Ma il fatto del rimborso credo sia dovuto e doveroso e compete proprio alla famiglia diretta degli interessati. Speriamo che non sia solo una promessa ma una realtà perché i famigliari lo meritano. Molti hanno vissuto per anni facendo grandi sacrifici, questo perché era venuto a mancare il sostegno principale per la famiglia, come  nel caso di mio fratello.

Il vicepremier Carlo Giovanardi criticando i giudici, ha ribadito la sua ipotesi che fu una bomba a bordo a provocare l’abbattimento del Dc 9 Itavia.

L’ipotesi della bomba a bordo non ha alcun senso. Coloro che esprimono pareri a riguardo è necessario che si documentino prima. Mi sembra doveroso e giusto, specie per chi occupa ruoli molto importanti. L’aereo fu colpito da un missile. Questo risulta anche dal materiale che è stato trovato nei corpi delle vittime recuperate in mare. Materiale che si trova solo all’interno delle testate dei missili.

Lei in quei terribili giorni cercò d’identificare il corpo di suo fratello tra quelli recuperati. Non lo trovò. Cosa vide all’ospedale di Palermo?

Non mi soffermo nei particolari, ma ricordo che l’ospedale di Palermo era attrezzato per ricevere cinque cadaveri. Ne arrivarono 38. Nei sotterranei andare a ricercare il corpo di mio fratello è stata una cosa veramente raccapricciante. Non auguro a nessuno di dover fare una cosa simile. Dovrebbe dare la misura a chi la fa, del valore dell’essere umano. Va bene battersi, combattere, lavorare, ma siamo ben poco in ultima analisi. Questo perché dopo tre giorni i nostri corpi sono già in uno stato drammatico. Ma voglio ricordare che  l’aereo , che si trovava a 12.000 metri d’altezza ci mise quattro minuti e mezzo a cadere in mare. Sui corpi straziati delle vittime recuperate si poteva notare come queste si fossero accorte di quello che stava accadendo. Qui mi fermo, quello che ho visto trentuno anni fa è orribile. Ho ancora i brividi.

Lei in questi anni ha seguito tutti i processi e le indagini.

Sì, prove alla mano, sono le due ipotesi più accreditate. La prima è quella di un combattimento con Mig libici. Attratto dalla fonte di calore forte del DC 9, il missile indirizzato ad un Mig libico sottostante ha colpito prima l’aereo Itavia ed in seguito quello militare. Questo infatti cadde sulla Sila e fu ritrovato venti giorni dopo. La seconda ipotesi, è ci fosse una esercitazione con navi della Nato nel Golfo di Napoli. Una esercitazione con missili sparati ad alta quota dalle coste francesi. Ordigni destinati a colpire a loro volta i razzi sparati dalle navi. Erano missili che se non colpivano il bersaglio autoesplodevano. Inconsapevolmente uno di questi avendo mancato il bersaglio potrebbe aver colpito il DC 9 causando la strage.

L’altro mistero è quello della scatola nera.

E’  un mistero che spero venga risolto. La scatola nera fu ritrovata a 4.000 metri di profondità. Poi è stata portata negli Stati Uniti, coperta da segreto di Stato. Non si è più saputo nulla.

Il 27 giugno 1980 lei rimase con suo fratello Domenico fino all’ultimo.

Mangiammo insieme a casa mia a Reggio Emilia. Le nostre mogli con i figli erano al mare. Poi con la sua auto, mio fratello Domenico andò all’aeroporto di Bologna. L’aereo partì con due ore di ritardo andando incontro ad un destino drammatico. Purtroppo credo che non sapremo mai cosa realmente è accaduto quel giorno.

Lei dice di credere nel destino, perché quel giorno doveva essere anche lei a bordo del Dc 9 Itavia.

Sì. Su quell’aereo dovevo esserci anche io.  Allora io correvo in auto. Dovevo essere a Pergusa in Sicilia in pista con la mia Osella. Ma la mia auto non era pronta. Così non partii. Io credo nel destino delle persone. Nel fato. Pensi. Ero in autoscuola. Arrivò un mio vicino di casa, agente di commercio, arrabbiato perché aveva perso l’aereo. Quell’aereo e disse. “Vabbè domani andrò in Veneto”. Alle cinque del mattino in Veneto, quell’uomo morì comunque in uno scontro contro un Tir.