Tempo scaduto per la Malaguti. Dopo il blocco della produzione deciso in primavera e la vendita dei macchinari, per la storica azienda motociclistica di Castel San Pietro si avvicina la parola fine.  Manca poco più di un mese al termine della cassa integrazione straordinaria e dell’acquirente che avrebbe dovuto risollevare le sorti dell’azienda non c’è ancora traccia. Il che significa licenziamento quasi assicurato per 160 lavoratori, sui quali da qualche giorno pende la richiesta ufficiale di mobilità.

I giochi dunque sembrano chiusi, anche se la Fiom è intenzionata a tirare fuori un’ultima carta: “Abbiamo chiesto più volte un incontro con l’assessore regionale alle Attività produttive Gian Carlo Muzzarelli – spiega al Fattoquotidiano.it il segretario bolognese del sindacato dei metalmeccanici Bruno Papignani – e siamo ancora in attesa di un appuntamento”. L’idea è quella di spostare la questione della Malaguti da un piano procedurale a uno di natura più politica. Pur con la consapevolezza che a questo punto anche l’apertura di un tavolo in Regione potrebbe giovare ben poco:  “Perlomeno servirebbe a far chiarezza sul comportamento della famiglia Malaguti – aggiunge Papignani  – Non vorrei che passasse l’idea che siamo di fronte a degli eroi. Perché si tratta di padroni sfruttatori come molti altri”.

Nata nel 1930 come negozio di biciclette, nel dopoguerra la Malaguti si conquista un posto d’eccellenza nel mercato delle motociclette. Alcuni modelli prodotti nello stabilimento alle porte di Bologna, come lo scooter Phantom, rimasto in produzione per oltre 13 anni, fanno il giro del mondo. Un successo che s’interrompe circa due anni fa, quando la crisi internazionale fa precipitare gli ordini, costringendo l’azienda a mettere i propri operai in cassa integrazione. In primavera la produzione si ferma, facendo presagire l’addio dello storica ditta.

Dopo tre tentativi d’ acquisizione andati a vuoto, oggi il destino di uno dei marchi che, insieme alla Ducati e alla Moto Morini, ha costruito la fortuna della Motor valley emilianoromagnola pare segnato. E mentre per 160 lavoratori la prospettiva del licenziamento è sempre più concreta, altri 17 potrebbero essere momentaneamente impiegati nel reparto commerciale, per occuparsi della vendita dei pezzi di ricambio. Il sindacato punta il dito contro i nipoti del fondatore, che anni fa hanno avuto in eredità la gestione dell’azienda di Castel San Pietro. “Finora non si sono mai dimostrati realmente disponibili a cedere il marchio –conclude amaro Papignani – Ma a loro conviene così, tanto ormai i soldi li hanno fatti”.