Dopo la proiezione del colossale Faust firmato Aleksandr Sokurov, la giuria guidata dallo statunitense Darren Aronofsky avrà tirato un lungo e liberatorio sospiro di sollievo. Quarta parte di una tetralogia dedicata alla natura del potere che segue a Moloch, Taurus e Il sole, dedicati rispettivamente a Hitler, Lenin e Hiroito, la sconvolgente trasposizione dell’opera goethiana del maestro russo deve aver lasciato poco gioco agli altri concorrenti, allontanando possibilità alternative di assegnazione del Leone d’oro per il miglior film.

Considerando l’innegabile altezza del coefficiente artistico di un lavoro d’altri tempi e l’affinità dei suoi temi e delle sue forme ad una Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica qual è il Festival di Venezia, si potrebbe anche dire che il primo premio si sia idealmente assegnato da solo, con poche discussioni, dubbi, incertezze. Gli altri riconoscimenti poi sono stati divisi tra i restanti titoli caldi coi soliti dissapori e qualche grave dimenticanza, su tutti l’irresistibile Polanski di Carnage.

Tra gli altri maggiori, il Leone d’argento per la miglior regia è andato al “film sorpresa” People Mountain People Sea del cinese Shangjun Cai, mentre il Premio Speciale della Giuria al riuscito, ma subito chiacchierato Terraferma di Emanuele Crialese. Dopo la cerimonia di premiazione, infatti, si sono sprecate le insinuazioni sul riconoscimento all’italiano, visto da alcuni come una sorta di simbolo risarcitorio al nostro cinema o peggio come un segno propiziatorio per una eventuale conferma del direttore Marco Müller. Alle illazioni è stato lo stesso regista a rispondere: “Perché rovinare la festa a un regista italiano? Questo è autolesionismo, siamo un Paese di masochisti e a me non piace affatto”. Difficile non essere d’accordo.

Com’era già accaduto in passato – nel 2006 il film sorpresa Still Life di Jia Zhang Ke si aggiudicò addirittura il Leone d’oro –, la consueta pellicola nascosta del concorso, People Mountain People Sea, si è aggiudicata un meritato argento per il suo linguaggio ellittico e rigoroso in una storia di vendetta e peregrinatio animae che diventa gradualmente il mirabile ritratto di una società allo sbando.

Con caratteri differenti, ma con la stessa volontà di radiografare una precisa realtà sociale, il bellissimo Himizu del giapponese Sion Sono è, invece, il grande sconfitto della sessantottesima edizione della Mostra, la cui giuria ha voluto riconoscere solo con un Premio Marcello Mastroianni per i suoi due giovani interpreti, Shôta Sometani e Fumi Nikaidô. All’indomani della tragedia di Fukushima, un ragazzo e una ragazza, compagni di scuola, tentano di camminare verso il futuro cercando di rimanere in vita come meglio possono tra esplosioni di violenza, grida, diffusa disumanità, mancanza di senso e barlumi di speranza in una pellicola disperata e di straordinario impatto emotivo, accompagnata dal ricorrere ossessivo delle prime note del Requiem di Mozart e da una riflessione dolcissima sul bisogno di amore in un finale che rimane impresso nel cuore.

Se Michael Fassbender per Shame di Steve McQueen e Deanie Yip per il commovente A Simple Life di Ann Hui si sono aggiudicati la Coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile e femminile senza che nessuno si sorprendesse più di tanto, decisamente inaspettata è parsa l’Osella per la miglior sceneggiatura a Yorgos Lanthimos e Efthimis Filippou per il gelido Alpis, tragedia sulla morte e la replicabilità degli affetti diretta dal primo, già regista del durissimo Dogtooth, presentato con successo a Cannes 2009. L’Osella alla miglior fotografia, invece, è andata a Robbie Ryan per Wuthering Heights di Andrea Arnold, da cui tutti si aspettavano qualcosa di più.