Lo promette. Ancora una volta. Dal G7-G8 di Marsiglia il ministro del Tesoro Giulio Tremonti annuncia: “La prossima settimana dobbiamo cominciare a fare il tagliando. La macchina c’è, la benzina c’è, ma sul motore e i pezzi di ricambio dobbiamo fare un test”. Come metafora, per uno che ha spiegato di aver fatto tappa a Monaco per incontrare il filosofo Jurgen Hambermas prima del summit, è un po’ spicciola, ma il senso è chiaro: basta parlare di tagli, lacrime e sangue, ora discutiamo di crescita.

Dopo che la Confindustria di Emma Marcegaglia ha detto che “il Paese è in pericolo” e il capo dello Stato Giorgio Napolitano ha ricordato l’ovvio dato che “il tema della crescita è drammatico”, Tremonti risponde proponendo “un inventario” delle misure adottate “per capire se hanno funzionato e per comunicare che ci sono. È uno sforzo da fare tutti insieme. Sono convinto che siano state fatte molte cose giuste che non sono note”. Soltanto poche settimane fa lamentava che i cronisti non avessero colto nella manovra “ben 16 misure per la crescita”. Non ha mai elencato quali fossero. L’ottimismo della volontà tremontiana si scontra però con il pessimismo dei dati, a cominciare dalla previsioni del Fondo monetario che vedono il Paese immobile nel 2012, con il Pil che segnerà un misero + 0,5 per cento.

È passato poco più di un mese da quando Tremonti stesso teorizzava l’impotenza del governo di fronte all crescita: “Ci sono due dati rilevanti: il Pil che non si fa per legge e il bilancio dello Stato che si fa per legge”. E tra qualche mese compirà un anno l’annuncio del premier Silvio Berlusconi di una “frustata al cavallo di un’economia finalmente libera”, cui fu dedicato perfino un apposito Consiglio dei ministri, imperniato sulla riforma (mai realizzata) dell’articolo 41 della Costituzione sulla libertà di impresa. Poi le cose sono andate come sono andate.

Perché riparlarne ora? Le ragioni sono almeno due: la crisi interna alla Bce e le reazioni sul mercato alla manovra da 60 miliardi in tre anni appena approvata dal Senato (la tregua è durata meno di 24 ore, sia in Borsa che nel mercato del debito). Le dimissioni di Juergen Stark, membro tedesco del direttivo Bce contrario agli interventi a sostegno di Spagna e Italia, espone i nostri Btp al rischio di un ulteriore crollo di fiducia, domani sui mercati. Il Nobel Paul Krugman, sul suo blog, spiega così il perché: “Con le sue dimissioni Stark ha dimostrato, volontariamente o no, che non c’è più alcun prestatore di ultima istanza, che nella zona euro non c’è abbastanza coesione politica dietro i Paesi sotto attacco”. E questo, prevede Krugman, si tradurrà in un rapido aumento degli spread sul debito di Italia e Spagna. Poco importa che la Germania abbia già annunciato il sostituto di Stark, Asmussen. Ormai la compattezza della Bce è compromessa, si è materializzato nel modo più traumatico l’ammonimento di Mario Draghi di giovedì scorso: “L’acquisto del debito da parte della Bce non è scontato”. La garanzia di Francoforte sembra più fragile, nonostante con l’uscita del “falco” Stark in realtà sia invece più solida (perché Asmussen è più propenso a misure straordinarie).

Seconda ragione per preoccuparsi: dopo quattro versioni della stessa manovra, lievitata a 60 miliardi, continuare a tagliare rischia di essere controproducente. L’unica cosa peggiore di presentarsi al mercato come Paese ad alto debito e bassa crescita è di andare anche in recessione. Nessuno ci presterà più i soldi. Se ci sarà bisogno di annunciare nuovi tagli, il rigore non potrà essere disgiunto da interventi per la crescita. Oppure l’immagine dell’Italia agli occhi degli investitori, che martedì devono comprare il nostro debito in un’asta importante del Tesoro, peggiorerà ancora.

Anche di queste prospettive fosche – più volte denunciate dalla Banca d’Italia – hanno parlato sabato il governatore Mario Draghi e il capo dello Stato Giorgio Napolitano al Quirinale. E dell’adeguatezza della manovra dovrà discutere anche Silvio Berlusconi, martedì a Strasburgo, nel provvidenziale incontro che permette al premier di sfuggire all’interrogatorio della Procura di Napoli.

Il Fatto Quotidiano, 11 settembre 2011