Sabato mattina sono andata al Macro a visitare le mostre che non avevo visto e che avevano inaugurato all’inizio dell’estate. Nella sezione dedicata alla riscoperta del patrimonio culturale della città e che prende la forma di un archivio che gli spettatori possono sfogliare, c’é una bellissima mostra che racconta il lavoro di Bice Lazzari dai suoi esordi veneziani alla metà degli anni venti fino ai suoi ultimi lavori dell’inizio degli anni ottanta. E’ una pittura astratta di matrice lirica, vicina a Paul Klee, e che nel corso del tempo si fa più minimale, parca, e sempre concentrata e defilata.

Un documentario spiega i passaggi del suo lavoro, la poetica, racconta il percorso professionale e anche umano dell’artista attraverso diverse voci e testimonianze. Dall’altro lato dell’edificio sono messe a confronto nella stessa stanza Guendalina Salini e Marinella Senatore – quest’ultima presente con un lavoro che si ricollega all’opera presentata alla Biennale di Venezia ancora in corso. Ci sono poi le nuove acquisizioni in collezione, diverse installazioni e piccole mostre, e infine un lavoro di Flavio Favelli per il ciclo Macro Wall – una serie di commissioni in cui all’artista viene chiesto di lavorare su uno dei luoghi più oggettivamente disgraziati e difficili del museo: il guscio esterno dei due corpi scala in cemento che si fronteggiano nei due lati della vecchia ala del museo – e che sembrava chiudere la visita in simmetria quasi perfetta con il suo inizio, con qualcosa che ha a che fare con un archivio, con il privato, e che tuttavia nel suo farsi arte assume una dimensione pubblica. Nel lavoro di Favelli una delle due pareti è rivestita di un pannello che reca il ritratto dell’imperatrice Teodora. E’ un’immagine davvero riconoscibile, tratta dal mosaico della basilica di San Vitale a Ravenna e nota, credo, a tutti, vuoi di prima mano – Ravenna era una delle mete più comuni quando andavo a scuola, io ci sono stata in gita alle elementari, alle medie e anche liceo (le altre scuole, al liceo, andavano a Praga o a Parigi o a Vienna a quei tempi. Noi no: Ravenna) – vuoi sulle copertine di qualunque libro abbia anche vagamente a che fare con l’età bizantina, o con l’impero romano, o con le donne di potere e certamente con tanto altro. Pubblica. L’immagine che ricopre specularmente l’altra parete è invece il retro di una cartolina che l’artista ha mandato a suo padre da bambino. L’indirizzo di destinazione ci racconta qualcosa della biografia privata di Favelli, il testo ci fa capire  che l’effige dell’imperatrice sull’altro lato è l’ingrandimento della cartolina spedita, appunto, in gita scolastica. E’ un lavoro semplice, in fondo, e tuttavia in grado di raccontare molto precisamente e con grande potenza la poetica dell’artista, il cui lavoro si situa sempre su un confine tra ricordo intimo e memoria comune, e anche del ruolo del museo nel rappresentare una macchina narrativa che ha il compito di dischiudere le individualità alla comunità.

Fiancheggiando l’auditorium rosso fuoco nella nuova ala del museo ho pensato che per fortuna questo luogo continuerà a raccontare storie e a far parte della vita della città, auspicabilmente in maniera non meno partecipata di quando, a giugno, le dimissioni dell’allora direttore Luca Massimo Barbero a seguito degli ingenti tagli subiti dal museo hanno portato artisti, curatori, critici, studenti e lavoratori dell’arte a occuparsi delle vicende del museo in maniera attiva, indicendo una serie di riunioni e confronti che hanno portato a Roma alla nomina di una consulta per le arti contemporanee pro tempore. Consulta che si è data un compito anche questo semplice, ma non meno potente: quello di vigilare sui musei, chiedendo alle istituzioni di adottare principi di trasparenza e buone pratiche nella gestione delle politiche culturali.

Un recente post di Mike Watson sul blog della rivista inglese Frieze mette in relazione l’occupazione del Teatro Valle e le giornate di confronto indette presso il Macro dalla comunità dell’arte, individuando nelle due proteste come nesso comune “un impegno che va oltre il campo specifico della cultura e che mette in discussione le premesse politiche che determinano decisioni in campo sociale, non solo culturale”.

Perché è importante che i musei rappresentino luoghi dove esercitare la democrazia? Pierre Bordieu in una celebre analisi dei pubblici dei musei negli anni settanta concludeva la sua indagine affermando che quelle istituzioni costruite all’inizio dell’Ottocento per favorire l’inclusione sociale, erano di fatto dei dispositivi esclusivi e pertanto fruiti solo da quelle classi che per censo e nascita ne costituivano committente e destinatario. Di questa esclusività ha sofferto in misura maggiore la produzione culturale contemporanea, perché se l’arte mette in immagine ciò che noi viviamo, una società che ha difficoltà a rappresentarsi o a leggere le propri immagini dà segni di scarsa salute. Per questo a me sembra così salutare che il museo si percepisca come non più separato dalle altre istituzioni, e che la comunità dei cittadini che ne costituiscono il suo primo pubblico di riferimento – anche questa spesso percepita e percepitasi come altro – si incarichino di averne cura a nome della collettività.

E’ in ogni caso un segnale nuovo, inedito e vedremo dove – e se – condurrà a qualcosa. Nel frattempo quello che è certo che questo museo non chiude, ed è già abbastanza.

Foto di Emanuele Frascà – clicca qui per ingrandire