“La cosa più difficile – ripeteva sempre Joe Daniels, curatore del memoriale del 9/11 – è stata raggruppare i nomi dei morti, incisi nel bronzo del memoriale. Ogni famiglia aveva una preferenza, voleva che il ricordo in lettere del proprio caro si trovasse vicino a quello di un amico, di un collega, di un parente”. New York consegna finalmente alla storia il primo risultato della ricostruzione: due vasche che sorgono sulle orme delle Torri gemelle, con inscritti i nomi delle 3.000 vittime dell’11 settembre. Il memoriale si chiama “Reflecting Absence”, mancanza riflessa. E’ la mancanza di una certezza, quella di essere invulnerabili sul proprio territorio. L’America si sente forse più sicura di dieci anni fa, ma ha imparato a conoscere la paura. Solo a New York, dal 2001 a oggi, ci sono stati 12 attacchi terroristici sventati o falliti, l’ultimo l’anno scorso con l’auto-bomba a Times Square. Ground Zero è un cantiere ancora aperto, centinaia di operai provenienti da tutto il Paese lavorano giorno e notte. Il museo dell’11 settembre, costruito sotto il memoriale, sarà inaugurato tra un anno. Il “One World Trade Center”, la torre prima conosciuta come Freedom Tower, aprirà a fine 2013. Sarà il grattacielo più alto d’America, con i suoi 1776 piedi (541 metri). Numero scelto di proposito, per ricordare l’anno della dichiarazione d’indipendenza degli Stati Uniti. Le liste per la visita al memoriale sono aperte, si prenota su Internet. E’ grandissima la voglia di tornare a vedere il World Trade Center come un luogo animato non solo da ruspe e gru, ma da vita vera. E oltre i numeri e i nomi, il simbolo della rinascita è un piccolo pero. Trovato tra le macerie dieci anni fa, l’alberello fu curato e rimesso al mondo. E oggi sta di fianco alle vasche della memoria di Vincenzo Miglino e Davide Cannaviccio