Appunti per una sliding doors story della sinistra italiana. Dice Fabio Mussi a Giorgio Meletti su Il Fatto di ieri: “Prego il signore che non ci sia connessione fra l’acquisto della Milano-Serravalle fatta da Penati nel 2005 e la scalata alla Bnl lanciata negli stessi mesi dall’Unipol di Consorte. Sarebbe una bomba atomica, un sacco di gente dovrebbe andare a casa”. Vero. Dice Fabio Mussi – uno dei principali dirigenti della Svolta di Occhetto, oggi padre nobile di Sinistra e libertà – che il passaggio decisivo nella storia della sinistra recente è stato il congresso di Pesaro. Quello, cioè, che vide vincere la destra interna, salutò l’ascesa di Piero Fassino, battezzò la scalata al vertice dei riformisti milanesi capitanati da Filippo Penati: fino ad allora la destra era stata corposa minoranza. Da quel momento in poi divenne decisiva nei rapporti di forza della Quercia.

Vale la pena farlo, allora, questo gioco di storia eventuale. Tornare a quella porta rotante di Pesaro, immaginare cosa sarebbe cambiato. Intanto perché, in questi anni veloci e feroci, la sinistra ha perso per tre volte contro Silvio Berlusconi, senza mai guardarsi indietro: non una riflessione, non una analisi, un tentativo di immaginare cosa cambiare. E poi perché in quegli anni nasceva la vera anomalia italiana. In tutta Europa quando i leader perdono vanno a casa, da noi quando perdono, i leader occupano casematte e conquistano posizioni. Infine la perla: in tutto il mondo chi perde cambia classe dirigente, in Italia, il gruppo dirigente della Bolognina (con l’unica eccezione di Mussi, che si è tirato indietro) siede ininterrottamente nella stanza dei bottoni dal 1989 a oggi. Ovunque si cambiano i leader, in Italia i leader hanno cambiato partiti e simboli, come si cambiano i calzini, per non cambiare loro stessi.

E allora facciamolo il gioco: a Pesaro, nel novembre del 2001, si sarebbe dovuto analizzare la sconfitta. Ma siccome il candidato segretario era il vicepremier designato che aveva perso le elezioni (Fassino, appunto, numero due di Rutelli) la catastrofe che aveva prodotto la caduta del primo governo dell’Ulivo rimase un omissis. Con un processo speculare, negli stessi mesi, Rutelli, l’altro sconfitto, diventava padrone della Margherita. Il nume tutelare delle due leadership era allora (come oggi con Bersani) quel Massimo D’Alema che aveva teorizzato (a Gargonza nel 1996) l’indispensabilità dei professionisti della politica (cioè se medesimo) e la futilità della società civile (cioè i cittadini che avevano portato l’Ulivo alla vittoria). Per questo a Pesaro il nome di Prodi rimase un tabù, esattamente come dopo la detronizzazione del 2008. Prodi ha vinto due volte ed è stato rimosso due volte. La prima volta da D’Alema con il discorso di Gargonza, la seconda volta da Veltroni, con il discorso di Orvieto (in cui si teorizzava quella put…ta galattica che è stata la “vocazione maggioritaria”).

E allora Pesaro, 18 novembre 2001. Sul palco due duellanti anomali. Da un lato Piero Fassino, il travet piemontese trasfigurato in leader, un fantasma pallido che pareva salto fuori da un bozzetto di Egon Schiele. Dall’altro Giovanni Berlinguer, il fratello di Enrico, l’antieroe. Non avrebbe nemmeno dovuto correre lui: ma Veltroni e Cofferati declinarono l’invito: cane non mangia cane. Eppure quella mattina l’applausometro impazzì segnando un anticiclo rispetto al risultato del congresso. Avrebbe vinto Fassino, tiepidamente accolto, con la sua relazione da apparatnick. E perso Berlinguer, candidato del neonato Correntone, subissato dagli applausi.

Me la ricordo quella giornata di paradosso. Giovanni, con accento sardo, occhiali da miope e implacabile ironia, toreò piantando banderillas su D’Alema. Il quale, non potendo presentarsi come leader (metà del partito avrebbe dato la vita perché accadesse, l’altra avrebbe fatto altrettanto per impedirlo), mandava avanti un grigio prestanome. E così Berlinguer toreava: “Tu Massimo non me ne avrai a male…”. Tu Massimo, ombra, fantasma, che aleggiava sul congresso. E poi Piero: il giovane che parlava da vecchio, contro il settantenne che parlava da giovane. Il cuore del discorso di Berlinguer di quel giorno, è ancora il cuore del dilemma della sinistra di oggi. Democrazia, rischio-regime, questione morale: “Che specie è questa destra, che sposa interessi legittimi a interessi loschi e diffusi, in un processo che allenta il livello di moralità pubblica? Il governo Berlusconi accresce gli storpi morali. Ho visto una vignetta, ‘Democrazia diretta’, che recitava così: 1993 – sindaco eletto direttamente dal popolo; 1999 – governatore eletto direttamente dal popolo; 2001 – leggi scritte direttamente dagli imputati”.

Mi ricordo cosa accadde, nella sala di Pesaro, dopo un congresso in cui i vincitori non avevano nominato nemmeno una volta il Cavaliere. Un boato. Tutti in piedi, un applauso lungo un minuto. Veltroni annuiva, DAlema sorrideva, come per dire: troppo facile. Immaginavo un duello di titani. E invece il lìder maximo e il suo candidato diafano preferirono glissare. Giovanni andò giù come un trapano. Il discorso di una vita, il discorso più bello di una vita: “Claudio Fava mi ha segnalato come nella sua Sicilia il difensore di Riina sia vicepresidente della commissione Giustizia! Cosa diciamo noi?”. Brusio, sconcerto, smarrimento. Poi i giovani: “Come possiamo ignorare la straordinaria forza del movimento no global, il primo grande movimento di massa che non chiede niente per se stesso?”. Ancora Berlinguer: “Vedo un risveglio del movimento sindacale, la grande manifestazione dei metalmeccanici. Il nodo è questo: la contrattazione del lavoro è collettiva, e non si licenzia senza giusta causa!!”. Qualcuno pestava con i piedi. Solo un anno prima D’Alema attaccava Cofferati dicendo: “Non possiamo limitarci a sventolare i contratti nazionali davanti alle fabbriche!”. Curioso che il rosario dei problemi di oggi sia ancora quello: rapporto con la società civile, referendum, diritti, legalità.

Quel discorso di Berlinguer, nella mia memoria, era stato un bivio. L’ultima volta in cui in un congresso dei Ds sono risuonate le domande giuste. Il popolo della Quercia si spellò le mani per lui, e poi invece arrivano i cingolati dei Penati, la via finanziaria al riformismo, i furbetti e i capitani coraggiosi, la Gavio-Serravalle, e l’unico vero momento di emozione della carriera di Fassino: “Abbiamo una banca!!!?”. Se si vuole rileggere la storia, per capire dove si è smarrito il filo, bisognerà ripartire, a sinistra, da quelle domande, ancora senza risposta. Ma anche dal baratto anti-economico di un frammento corposo della base democratica: applaudire le belle bandiere e chiudere gli occhi sui brutti affari. Pensate cosa accadrebbe, se da domani si facesse il contrario.

Il Fatto Quotidiano, 10 settembre 2011