Pubblico delle grandi occasioni e applausi a scena aperta per Marco Travaglio che parla di destra, di sinistra, di legalità e di referendum. Non siamo in Versilia, dove si celebra la festa de il Fatto quotidiano, ma a Mirabello. La festa è quella Tricolore di Futuro e libertà. Il vice direttore del Fatto è stato invitato come relatore per parlare di “Italia 150”.

Con lui, assieme ai deputati finiani Gianfranco Paglia, Roberto Menia e Fabio Granata, c’è anche Arturo Parisi. L’ex ministro della Difesa è tra i promotori del comitato per il referendum che chiede l’abolizione del “porcellum” e ha appena fatto la sua entrata a Mirabello accompagnando Paglia al banchetto delle firme. “Sono qui assieme agli amici di Fli per condividere lo stesso obiettivo”, sorride il deputato Pd che, parlando del 150° dell’Unità, abbozza uno slogan che va oltre D’Azeglio: “l’Italia è nostra madre ma anche nostra figlia; se prima si diceva fatta l’Italia dobbiamo fare gli italiani, ora direi che fatti gli italiani dobbiamo rifare l’Italia”.

Poi la scena è tutta per Travaglio. A chi gli chiede come saranno, passati i primi 150, i prossimi anni si arma di sarcasmo: “speriamo che ci siano i prossimi 150 anni. Il dubbio riguarda anche i prossimi 15 anni, perché il rischio che l’Italia diventi uno sportello della Bce è concreto”. “In Europa – si fa serio – si dibatte se sia il caso di salvarci o di lasciarci al nostro destino. Credo che si sia persa un’occasione in questo centocinquantennale di ricordare come è stato possibile che si facesse l’unità d’Italia, cioè con degli uomini politici che si occupavano degli interessi generali anziché degli affari loro ed erano tutti di destra tra l’altro. E questo dovrebbe insegnare qualcosa alla destra attualmente al governo”.

Qualche esempio? Partiamo con Cavour, speculatore finanziario, che smise di giocare in Borsa quando diventò ministro e che quando il banchiere Rothschild gli regalò una tinca, rifiutò dopo aver saputo che era stata pescata in acque demaniali. Oppure Ricasoli, produttore di Chianti, che chiese a La Nazione di omettere la parole chianti dalle cronache locali per non farsi pubblicità indiretta. Viene quindi Quintino Sella, che vendette le sue aziende tessili nel biellese quando fu nominato ministro delle finanze per non cadere in conflitto di interessi.

Oggi invece in Italia “ci sono due grossi problemi: la sinistra peggiore dell’occidente e la destra peggiore dell’occidente. Così la democrazia non funziona. Avremmo bisogno di una destra e di una sinistra degne di questo nome”.

Qual è allora, per mutuare il titolo della kermesse finiana, l’Italia in cui credere? “Parlare di destra o sinistra è un lusso che non ci si può permettere – è la risposta del giornalista -. Qui c’è l’onorevole Parisi che raccoglie firme per il referendum che coinvolge cittadini di destra e di sinistra schifati da una legge elettorale che regala ai segretari di partito tutto il potere di nominarsi i propri parlamentari di fiducia e penso che, in questo momento, il crinale per l’Italia sia proprio quello della questione della legalità”.

Non poteva mancare una stoccata al bersaglio preferito, Berlusconi. “Quando ogni anno i governi snocciolano il rosario dei 130 miliardi sottratti dagli evasori al fisco, dei 150 miliardi di patrimoni mafiosi non tassati e dei danni della corruzione pensiamo ancora se metterlo in quel posto agli studenti, ai pensionati o agli statali. D’altronde questo governo non può combattere l’evasione fiscale, la mafia e la corruzione visto che ha un presidente del consiglio coinvolto in indagini per evasione, mafia e corruzione”. Applausi.