Ho avuto la fortuna di compiere un soggiorno di studio a Pechino di quarantacinque giorni, il che spiega la mia prolungata assenza dal blog del Fatto. Scopo del soggiorno era imparare i rudimenti della lingua cinese e capire qualcosa di quella complessa e interessantissima situazione. Il primo obiettivo appare raggiunto (ho sostenuto brillantemente l’esame di fine corso con il punteggio di novantadue su cento), il secondo un po’ meno, data la difficile decifrabilità di quel Paese, ma tuttavia qualche impressione ne ho ricavato e ve la espongo.

Il popolo cinese è mediamente assai cordiale, ospitale, e onesto fino all’inverosimile. Grandi lavoratori, ma senza affanni e inutili nevrosi, sanno mantenere la calma ed esercitano un invidiabile autocontrollo anche nel traffico bestiale di una megalopoli come Pechino. Sono consapevoli dei grandi avanzamenti conseguiti negli ultimi decenni e mantengono un grande ottimismo pur nell’infuriare di una crisi mondiale come quella che stiamo vivendo.

Se pensiamo che solo settanta anni fa si trattava di un Paese in gran parte occupato e comunque oggetto da tempo dell’imperialismo degli occidentali e dei giapponesi, in preda a una guerra civile e con livelli di miseria assoluta estremamente diffusa, non possiamo che provare ammirazione per un Paese che oggi è divenuto una grande potenza mondiale e garantisce livelli di relativo benessere ai suoi milletrecento milioni di abitanti.

Il discorso ufficiale afferma una linea di sostanziale continuità fra Mao, Deng e l’attuale dirigenza. Mao Zedong è tuttora venerato dalla stragrande maggioranza dei cinesi, così come è acquisito il consenso alla linea delle quattro modernizzazioni che ha reso possibile l’apertura della Cina al resto del mondo e agli investimenti esteri, così come viceversa al più recente fenomeno degli investimenti cinesi all’estero.

La formula del “socialismo di mercato” consente apparentemente di coniugare un ferreo controllo statale sull’economia, il permanere di uno Stato sociale diffuso e determinati benefici dell’economia capitalistica. Ancora da compiere, tuttavia, una riflessione storica sugli ultimi tumultuosi quarant’anni della storia cinese, dalla rivoluzione culturale alla tragedia di Piazza Tien An Men, al boom economico e alle problematiche attuali.

Le sfide che ha di fronte oggi la Cina non sono in fondo dissimili da quelle che si vivono in altri Paesi, compreso il nostro: come distribuire costi e benefici dello sviluppo economico, come evitare l’approfondimento delle disparità economiche e sociali, come garantire al tempo stesso la salvaguardia ambientale e i benefici dello sviluppo scientifico e tecnologico, come introdurre forme di effettiva partecipazione democratica, come affermare i diritti delle minoranze etniche o di altro genere, come consolidare il sistema dello Stato di diritto.

Su alcune di queste tematiche la Cina è decisamente all’avanguardia, basti pensare che si tratta del principale produttore mondiale di pannelli solari e che esiste un progetto per la diffusione dell’automobile elettrica che con ogni probabilità diventerà realtà nel corso di qualche anno. Su altre ovviamente meno ed è giusto criticare, ad esempio il ricorso alla pena di morte.

Nulla di più sbagliato, ad ogni modo, che opporre un qualsivoglia ostracismo o senso di superiorità occidentale nei confronti della Cina. Bisogna invece sviluppare il dialogo e il confronto con il suo popolo e il suo governo. Bisognerebbe altresì profittare della grande risorsa offerta dall’emigrazione cinese all’estero, anche nel nostro Paese, diffondendo la conoscenza della lingua e della cultura cinese e moltiplicando le occasioni di incontro, scambio e cooperazione, tenendo in conto in particolare il grande valore ed equilibrio delle posizioni cinesi sulle questioni di politica internazionale, che puntano al rafforzamento delle Nazioni Unite.

Un’invidiabile senso dell’armonia e un indomabile spirito collettivo costituiscono tuttora i principali capisaldi dello spirito cinese e hanno contribuito in larga misura all’affermazione di questo popolo. Ma l’armonia non è necessariamente in contraddizione con la dialettica fra le classi e non può costituire un momento di partenza da dare per scontato, ma viceversa il punto di arrivo di un percorso spesso difficile, accidentato e faticoso.

Il momento più significativo del mio soggiorno in Cina è stato costituito dall’omaggio alla salma di Mao, insieme alle migliaia di cinesi che quotidianamente lo compiono. E di Mao voglio ricordare una frase che assume una grande importanza in quest’epoca di grande difficoltà ma anche di potenziali cambiamenti: “La gente, solo la gente, costituisce il motivo centrale dell’evoluzione della storia. Una frase che andrebbe costantemente meditata e tenuta presente, anche nell’Occidente in crisi e nel nostro Paese segnato dai fallimenti di una classe politicamente ed economicamente dominante spaventosamente inadeguata alle sfide che abbiamo tutti di fronte.