“Correggere il cammino”. Questo lo slogan della manifestazione del 9 settembre organizzata dai giovani rivoluzionari egiziani, dai partiti liberali e dai riformisti, per riportare il periodo post-rivoluzione sulla ‘retta via’. La protesta di piazza Tahrir, dopo la pausa per il mese sacro musulmano del Ramadan, è stata indetta principalmente per chiedere al Consiglio supremo delle forze armate – che guida il Paese dopo l’uscita di scena di Hosni Mubarak – di mettere fine ai processi militari nei confronti dei civili. ‘Cambiamento, libertà e giustizia sociale’ sono le parole-chiave più ricorrenti negli striscioni esposti in quella che ormai è nota come “piazza della liberazione”.

Le richieste dei manifestanti sono essenzialmente due: la definizione di una tabella di marcia per il passaggio di potere dal Consiglio supremo delle forze armate a un governo civile e la modifica della legge elettorale. Rispetto a quest’ultima, presentata un paio di mesi fa dal Consiglio militare, gli attivisti sospettano che favorisca gli aderenti dell’ex partito ora disciolto dell’ex rais perché prevede che una parte dei seggi sia assegnata sulla base di liste bloccate.

Come in altre occasioni, i Fratelli musulmani e i nuovi partiti islamisti non hanno preso parte alla manifestazione perché, secondo le loro ultime dichiarazioni, le priorità del Paese sono  “l’economia e le elezioni legislative”, che si dovrebbero tenere a novembre.

Le forze armate, guidate da Hussein Tantawi, hanno lanciato nei giorni precedenti un segnale di avvertimento, postando sulla loro pagina Facebook un comunicato nel quale, pur affermando di rispettare il diritto del popolo a manifestare pacificamente, mettono in guardia dall’attaccare strutture governative. Il ministro degli Interni ha inoltre pubblicato sul suo account, sempre nel noto social network, l’accordo stipulato con i manifestanti: “I militari lasceranno la piazza a partire dalle 12 di giovedì ma la manifestazione deve essere dispersa entro venerdì all’ora del tramonto”. La decisione, secondo quanto si legge, è stata comunicata come prova che il ministro “rispetta il diritto di una manifestazione pacifica da parte dei cittadini e la libertà di espressione come uno dei risultati principali ottenuti dopo la rivoluzione di gennaio”.

Le preghiere del mezzogiorno sono state condotte dall’imam Mazhar Shain. Il sermone dell’Imam è chiaro e non lascia spazio a fraintendimenti: “I cittadini devono essere processati in tribunali civili e non in processi militari”. Alle sue dichiarazioni sono seguiti lunghi applausi.

Il 9 settembre è stata anche la giornata nazionale degli agricoltori. Migliaia di contadini sono arrivati con gli autobus allo stadio internazionale del Cairo per celebrare questa commemorazione organizzata dal governo. Ma il sindacato indipendente degli agricoltori ha boicottato l’iniziativa per seguire le proteste del giovani rivoluzionari. Hanno infatti organizzato una marcia che partita dal ministero dell’Agricoltura è confluita poi a Tahrir. Nel primo pomeriggio è giunto in piazza, seguito da un lungo corteo, anche Weal Ghonim, il giovane marketing manager di Google, creatore della pagina facebook ‘We are all Khaled Said’, considerato uno dei leader della rivoluzione del 25 gennaio. Secondo alcune testimonianze, gli slogan della piazza contro la giunta militare sono i più aggressivi. Alcuni manifestanti elogiano anche il primo ministro turco Erdogan, probabilmente per la recente contrapposizione a Israele. E proprio all’ambasciata israeliana c’è stato un altro assembramento, forse il più ‘caldo’ , ma la zona – pesantemente presidiata dalle forze dell’ordine- è stata ben protetta. Altra situazione tesa è quella creatasi davanti il ministero dell’Interno, dove si sono raccolti molti manifestanti dal primo pomeriggio. Nel complesso i cortei sono stati pacifici e ben organizzati.

Ora, però, gli occhi di tutti sono puntati ai prossimi mesi, alle elezioni di novembre, che saranno il vero banco di prova dopo la rivoluzione di gennaio.

di Giovanna Loccatelli