All’inizio pensi che il problema sia fisico: l’altezza, la pancia, l’età. Tutto moltiplicato dal potere. Il quale – specie nei frustrati – funziona come un popper stordente, bollicine di eccitazione nella testa, vertigine, senza più nemmeno gli schiaffi della mamma: tieni la lingua a posto, stupido.

Ma quando vedi che un Sacconi, un Brunetta e naturalmente il Capo biascicano barzellette sconce, per anni, e insulti contro le donne, contro i precari, contro i magistrati, stavolta persino contro le suore, sempre gonfiando il petto, ma senza rischi, circondati come sono dalla bambagia dei guardaspalle, dei servi e protetti dalla incommensurabile ottusità del denaro, ti chiedi se sia davvero il contesto ad allestire loro il testo. Se bastino le insufficienze dei loro corpi a giustificare questo surplus di deiezioni verbali che una infinità di altri maschi adulti nelle loro condizioni – uomini di Stato o Finanza o Impresa – mai si sognerebbero di pronunciare. E dunque ne concludi che la loro pubblica esibizione corrisponda a una voluttà, a un godimento per queste impudicizie che viene proprio da dentro. Da quell’indole ammaestrata dall’esperienza che gli antropologi chiamano cultura.

Il Fatto Quotidiano, 10 settembre 2011