L’11 Settembre 2001 è uno di quei giorni – pochi, pochissimi – in cui ‘c’eravamo tutti’: dai vent’anni in su, tutti ricordiamo dov’eravamo, che cosa facevamo quando la notizia che le Torri Gemelle erano state colpite, stavano venendo giù, erano crollate, ci raggiunse e noi ci incollammo davanti alla tv per seguire le immagini in diretta.

La stragrande maggioranza seppe di quanto stava avvenendo quando i contorni della vicenda erano già definiti: l’America era sotto attacco, il World Trade Center a New York e il Pentagono erano stati colpiti. Io, che allora ero corrispondente dell’Ansa da Washington, ne vissi, invece, momento per momento lo sviluppo e impiegai un po’ di tempo a comprenderne le dimensioni, anche per una riluttanza istintiva a credere alle cose ‘impossibili’, alle notizie ‘troppo grosse’.

Quando il primo aereo, il volo AA11, partito da Boston per Los Angeles, colpì la prima torre, erano le 8.46 sulla Costa Est degli Stati Uniti. Con i colleghi di New York, stavamo facendo la riunione ‘telefonica’ di ogni mattina per decidere il programma del giorno. La Cnn, sempre accesa, ci porta una breaking news: un aereo è entrato in una delle torri del World Trade Center. L’immagine è lontanissima: non si capisce, né si sa ancora, se sia stato un aereo da turismo, o un cargo, o un volo di linea; si pensa a un incidente; non se ne conoscono le dimensioni.

Una collega si sgancia dalla riunione per seguire la notizia, noi proseguiamo, convinti che quello sia, comunque, il fatto del giorno, ma non consapevoli che resterà il fatto del giorno per molti giorni a venire; e che tornerà ad esserlo per anni, nella guerra in Afghanistan, nell’invasione dell’Iraq, nell’uccisione di Osama bin Laden, a ogni anniversario.

Poi le immagini s’avvicinano. Alle 09.03 il secondo aereo, il volo UA175, pure partito da Boston e diretto a Los Angeles, colpisce l’altra torre in diretta televisiva. Alle 09.43, un terzo aereo, il volo AA77, partito da Washington e ancora diretto a Los Angeles, si schianta alla base del Pentagono. Alle 09.58, un quarto aereo, il volo UA93, partito da Newark e diretto a San Francisco, quello su cui i passeggeri si ribellano ai dirottatori, cade in Pennsylvania. Le torri a una a una s’accartocciano, si sgretolano e vengono giù, alle 09.59 e alle 10.28. L’espressione inebetita del presidente Bush raggiunto dalla notizia davanti a una scolaresca della Florida dà la misura dello sbigottimento dell’America. A quel punto, chi c’è dentro e chi è spettatore lontano, tutti abbiamo capito: il nostro mondo intero è davanti alla tv nel suo 11 Settembre.

Una giornata frenetica di notizie, testimonianze, allarmi, incertezze. Si fanno ipotesi sulle vittime. 3.000, forse 6.000, magari di più; in Italia, un ministro ‘spara’ 20 mila e giornali, radio, tv gli vanno dietro, all’insegna del ‘meglio più che meno’ – a conti fatti, le vittime saranno quasi 3.000, complessivamente, tra New York, Washington e la Pennsylvania -. Perdo di vista la dimensione della tragedia perché il racconto si spezzetta in episodi; e m’immagino sia come un terremoto, dove il numero delle vittime prima s’impenna e poi scende man mano che si recuperano superstiti.

Non è così. Me ne rendo conto nel pomeriggio, quando m’accorgo che gli ospedali di New York, mobilitati per accogliere centinaia, migliaia di feriti, restano praticamente deserti e che le centinaia di ambulanze accorse nei pressi del World Trade Center rimangono lì vuote: quello che presto diventerà per tutti Ground Zero restituirà solo resti senza vita; i sopravvissuti recuperati nelle ore e nei giorni a venire saranno pochissimi. Chi c’era, sotto le Torri, nelle Torri, o è riuscito a uscirne e ad allontanarsene, e se l’è cavata, in genere, con paura, contusioni, problemi respiratori, preso magari nella nuvola di polvere sollevata dai crolli, o c’è rimasto per sempre.

Ecco il pezzo di sintesi che scrissi per l’Ansa l’11 settembre 2001

Attacco a Usa: colti di sorpresa, una nuova Pearl Harbor
(di Giampiero Gramaglia)

(ANSA) – Washington, 11 SET – Gli Stati Uniti hanno subito il più massiccio e devastante attacco terroristico della loro storia e di tutta la storia: un attacco criminale, di dimensioni apocalittiche. Il presidente americano George W. Bush ha dato disposizione perché i terroristi siano individuati, catturati, perseguiti.
Il bilancio della tragedia, ancora imprecisato, potrebbe essere persino più grave di quello dell’attacco di sorpresa a Pearl Harbor, il 7 dicembre 1941, 2388 morti, quasi 2200 feriti. Il parallelo con Pearl Harbor nasce immediato: è stato evocato da più fonti. Oggi, come allora, gli Stati Uniti sono stati colti di sorpresa da un nemico che ha colpito senza preavviso e che li ha trovati impreparati.
I terroristi hanno agito quasi senza colpo ferire: si sono impadroniti di almeno quattro aerei nei cieli americani, dopo essere riusciti a superare tutti i controlli di sicurezza negli aeroporti; ne hanno portato tre ad abbattersi sui loro obiettivi; hanno fallito in un solo caso – e anche lì hanno fatto decine di vittime, sul velivolo schiantatosi in Pennsylvania.

In un’ora di terrore, incollati davanti alle loro tv, gli americani hanno scoperto di essere vulnerabili: immagini che sembravano uscire da un film di Steven Spielberg, le torri in fiamme, l’aereo che ne centra una in diretta, le torri che crollano in una nuvola di polvere assassina che divora le sue vittime, la linea dei grattacieli di Manhattan avvolta dal fumo. Come al cinema, peggio che al cinema. Perché è tutto vero.

L’America aveva già conosciuto il terrore, a Oklahoma City, dove i morti erano stati 168, ancora alle torri gemelle (6 le vittime), spesso all’estero, a Beirut, a Dharhan, ad Aden, in Africa. Ma nessun attacco aveva mai avuto queste dimensioni. In un bunker segreto dell’agenzia federale per la gestione delle emergenze, il vice-presidente Dick Cheney, il consigliere per la sicurezza nazionale Condoleezza Rice ed esponenti dell’Fbi, della Cia e di altre agenzie federali hanno subito cominciato a studiare le cause e le risposte, prima ancora di essere raggiunti dal presidente George W, Bush – era in Florida, al momento degli attacchi – e dal segretario di Stato Colin Powell, che era in visita in America Latina.

Molti elementi di questo attacco restano indeterminati: chi ha colpito? Perché? Come è stato possibile? E quante vittime ci sono state? Chi è stato? Da più parti, arrivano risposte immediate, ma ancora intuitive: Bin Laden, il miliardario saudita che guida la più micidiale organizzazione terrorista integralista, dai suoi santuari nell’Afghanistan; oppure, organizzazioni palestinesi o, in senso lato, mediorientali.

Ma nessuno avanza, al momento, prove: Cia e Fbi, che hanno clamorosamente fallito, sul fronte della prevenzione, cercano indizi e tracce che aprano piste. Perché? I terroristi hanno colpito i poteri americani, quello economico e finanziario nel quartiere degli affari della città icona della globalizzazione e del capitalismo; e quello militare, nella capitale federale. Forse, l’aereo caduto in Pennsylvania aveva un obiettivo politico, Camp David, la Casa Bianca dei fine settimana, la tenuta nel Maryland simbolo degli sforzi di pace americani per il Medio Oriente. Come? L’intelligence non ha funzionato (e dire che, solo sabato, gli americani avevano messo in guardia Giappone e Corea per un pericolo terrorista); la prevenzione neppure; e la parata, una volta scattato il piano letale, non era possibile: i caccia si sono levati, dopo gli attacchi a New York, ma sarebbe stato comunque impensabile abbattere aerei in volo su un’area metropolitana. Quante le vittime? Il sindaco di New York Rudolph Giuliani dice che ci vorranno giorni, perché si possa fare un bilancio: nel World Trade Center, le torri gemelle colpite per prime, lavorano 50 mila persone; al Pentagono, colpito dopo, oltre 20 mila. Tra morti e feriti, saranno certamente migliaia.

Lo choc è enorme. Gli Usa di Bush, è certo, risponderanno. Ma, intanto, s’interrogano sulla validità delle priorità di difesa che si sono finora dati. Proprio lunedi, il senatore Joseph Biden, presidente della commissione esteri del Senato, aveva ammonito il presidente: il vero pericolo non è un attacco missilistico da un Paese ‘fuorilegge’, contro il quale si prepara lo scudo spaziale; il vero pericolo è un attacco terroristico sul nostro territorio, contro il quale siamo impreparati. Biden aveva tragicamente ragione.