di Tomaso Montanari
«Un articolo del professor T. Montanari su “In Cristo, uno scambio di opere d’arte fra Mosca e Firenze”, uscito il 1 settembre pare basato su frammenti e pettegolezzi assai sfocati. Il suo pezzo, foto inclusa, indica ai lettori come oggetto dello scambio opere sbagliate, svela battaglie di fatto mai esistite, equivoca le date, erra nell’indicare le istituzioni titolari dei prestiti italiani, inventa pressioni e resistenze di cui il sottoscritto – che effettivamente da alcuni anni si dedica a questo lavoro connesso all’edizione critica dei concili – gli avrebbe potuto certificare la totale insussistenza. Padrone Montanari di considerare l’inesistente scambio che ha raccontato ai lettori di “Saturno”, o quello vero di cui ha letto sul “Corriere fiorentino” del 2 settembre e che vedrà a suo tempo, come un errore, in nome d’un certo rigorismo: ma per essere rigoristi, bisognerebbe pure essere rigorosi. E il Montanari di venerdì scorso non lo era.
Alberto Melloni»

Il 22 aprile scorso l’arcivescovo di Firenze, Giuseppe Betori, ha scritto una lettera alla soprintendente Cristina Acidini in cui chiedeva di spedire in Russia la Croce di Giotto di Ognissanti. In quella lettera, il prelato provò a blindare l’operazione sventolando il consenso «delle più alte cariche dello Stato, in particolare della Presidenza della Repubblica e della Presidenza del Consiglio». Non so come la chiami Melloni: per me si tratta di una pressione indebita e spiacevole su funzionari dello Stato. E quelle parole hanno anche un’aria vagamente millantatoria, perché dubito che il presidente Napolitano sia mai andato oltre un generico compiacimento per l’iniziativa in sé. Quanto al presidente del Consiglio, è lecito dubitare che egli sappia chi sia Giotto.

Comunque, il 20 maggio l’Opificio delle Pietre Dure ha coraggiosamente emesso una relazione tecnica che si concludeva in questo modo: «Come si evince da tutte le osservazioni presentate sia nella parte relativa allo stato di conservazione, sia in quella della movimentazione, i problemi di conservazione sono molti, ed alcuni assai gravi e difficilmente risolvibili in maniera soddisfacente, tanto da far ritenere che sia quasi impossibile pensare di poter organizzare una movimentazione che non presenti rischi gravissimi». Ciò vuol dire che se Giuseppe Betori e Alberto Melloni avessero potuto fare ciò che desideravano, un’opera capitale di Giotto sarebbe stata esposta a «rischi gravissimi». Ma – si dirà – come avrebbero potuto saperlo, visto che di mestiere uno fa il vescovo e l’altro lo storico della Chiesa? Una risposta che non farebbe una grinza, se essi non stessero organizzando una mostra d’arte antica italiana a Mosca.

Ed è esattamente questo il senso principale del mio articolo. La maggior parte delle infinite mostre che ogni anno si inaugurano in Italia non scaturisce dalla ricerca storico-artistica o dal desiderio di aumentare e diffondere la conoscenza dell’arte figurativa: più radicalmente, la maggior parte delle mostre non ha più a che fare con un progetto culturale.

Essa si deve invece all’iniziativa estemporanea e alla volontà autopromozionale di amministratori, politici, imprese, associazioni laiche o enti religiosi. O, ancora, allo scoccare di centenari e anniversari; alla disponibilità di un finanziamento; all’interesse di uno sponsor.

Negli ultimi tempi, poi, si è registrata una decisa propensione della gerarchia cattolica verso l’organizzazione di mostre “confessionali” che riempiano l’intrattenimento culturale di contenuti accuratamente orientati. È il caso, per esempio, della mostra sul Potere e la Grazia. I santi patroni d’Europa tenutasi a Roma tra 2009 e 2010. La mostra – promossa da un certo Comitato San Floriano – non aveva il minimo valore scientifico e ostentava anzi una connotazione pastorale e proselitistica: nondimeno essa è stata ospitata a Palazzo Venezia, e ha goduto di prestiti davvero straordinari (tra cui il San Giorgio dell’Accademia di Venezia, negato invece all’importante mostra monografica di Mantegna al Louvre), oltre a essere inaugurata dal presidente del Consiglio (insieme, s’intende, al cardinale segretario di Stato vaticano). Lo stesso si può dire della reclamizzatissima mostra su Gesù. Il corpo e il volto nell’arte che ha accompagnato l’ostensione della Sindone nella primavera 2010: un’esposizione priva di qualunque rigore storico che raccoglieva opere importantissime all’insegna della più stucchevole retorica religiosa. E qui non si tratta di girare un documentario o di pubblicare un libro, ma di utilizzare (e quindi potenzialmente compromettere) opere di proprietà dello Stato, per alimentare un’operazione non culturale, ma puramente confessionale. Non meno interessanti, in tal senso, sono le iniziative dell’ambasciatore Antonio Zanardi Landi. Quando rappresentava l’Italia presso la Santa Sede, egli ha, per esempio, osato chiedere in prestito (ottenendole!) le celeberrime formelle bronzee di Lorenzo Ghiberti e Filippo Brunelleschi per il concorso del 1401. Queste opere venerabili sono state strappate al Museo del Bargello per presenziare alle celebrazioni dell’ottantesimo anniversario dei Patti Lateranensi: un gesto che ha lo stesso valore culturale che avrebbe l’esposizione di un busto di Pio XII per festeggiare un centenario di quel concorso per la porta orientale del Battistero di Firenze. Nel giugno dello stesso 2009, l’ambasciata di Zanardi Landi ha poi ospitato il gigantesco modello per la Fontana dei Fiumi di Bernini conservato presso i privati che possiedono le ultime reliquie dell’eredità dell’artista. Si tratta di un’opera dall’attribuzione alquanto problematica: ma soprattutto non si vede che senso abbia esporla in occasione della presentazione della trentesima edizione del Meeting riminese di Comunione e Liberazione, immancabilmente avvenuta alla presenza del ministro degli Esteri, Franco Frattini. Siamo evidentemente di fronte a un sistematico sfruttamento del patrimonio artistico, che viene letteralmente abusato, al di fuori di ogni controllo. Ora che rappresenta l’Italia in Russia, l’ambasciatore Zanardi Landi sta gestendo brillantemente il vertiginoso valzer delle opere d’arte che il nostro Paese dissennatamente gli spedisce: e si capisce che dopo tanto maneggiare opere d’arte, egli sia diventato anche un virtuoso dell’ecfrasis, come si evince dalle parole che ha pensato bene di pronunciare ricevendo la Medusa di Bernini a Mosca: «questa scultura, tra tante, non è stata una scelta casuale: Medusa ha lasciato una traccia nella storia dell’arte russa del passato e contemporanea; è pure un personaggio ricorrente nei libri russi per bambini e ha ispirato le canzoni di vari gruppi rock e punk».

Ma torniamo allo scambio Mosca-Firenze. Grazie all’articolo di Melloni sul «Corriere Fiorentino» del 2 settembre (dal significativo titolo Betori, il Battistero e le icone del dialogo) si apprende che il casting non si è chiuso sulla Croce di Lippo di Benivieni (per la quale il 27 luglio la Soprintendenza di Firenze aveva già compilato la scheda conservativa preliminare al prestito), ma che ora si sta riprovando a scritturare un Giotto autografo (la Madonna di San Giorgio alla Costa) e uno di bottega (il Polittico di Santa Reparata). Quale miglior conferma della mancanza di serietà di un’operazione che continua a sfogliare il catalogo del padre dell’arte italiana come se fosse una margherita?

Ed è proprio questo l’aspetto più inquietante del testo di Melloni: l’esibita, financo sprezzante, ignoranza della storia dell’arte. E siccome è raro trovare una dichiarazione tanto esplicita di un sentimento invece piuttosto diffuso tra gli accademici italiani, non è inutile guardare quel testo un po’ più da vicino (lo riprodurrò ampiamente, evidenziandone le citazioni in grassetto; chi lo vuol leggere tutto, lo trova qui). Lo si può dividere in una premessa, nella spiegazione del senso dell’evento fiorentino e moscovita, e infine nella risposta alle critiche del sottoscritto (mai, tuttavia, nominato).

La premessa è articolata in due parti. Nella prima si afferma (invero piuttosto confusamente) che la storia dell’arte è «una disciplina a sé stante» che si occupa solo di «estetiche e tecnicalità» e «che non può che prescindere dalla funzione esercitata da oggetti di cui il committente ha pagato l’oggettività e nei quali l’artista ha usato linguaggi suoi». Ma per fortuna arriva lo storico della Chiesa, che sa decifrare i «significati terzi: che non necessariamente differiscono e non necessariamente coincidono con quelli del committente e dell’autore. Significati legati alla memoria, alla comunicazione o alla fede». Insomma, lo storico dell’arte può dire se una Madonna di Giotto è bella o brutta, e com’è fatta la carpenteria della sua tavola, ma per capirne il significato storico e morale, ci vuole uno storico della religiosità.

Di fronte ad affermazioni di questo tenore viene solo da commentare che le constatazioni che Roberto Longhi faceva nel 1951 (in Il livello medio della nostra cultura artistica) sono validissime ancora a sessant’anni di distanza: riguardo all’arte figurativa «la cultura media in ogni strato non è al livello che si vorrebbe, anzi incredibilmente più in basso». Davvero in ogni strato: anche tra i professori universitari di storia della Chiesa, visto che Melloni ignora non solo Longhi stesso, Panofsky, Baxandall, Haskell o Shearman, ma pure Ghiberti, Vasari, Bellori o Burckhardt. Più semplicemente, egli ignora che la storia dell’arte, da seicento anni a questa parte, è una “storia” (che si occupa anche di funzione e significati), esattamente al pari di quella che insegna lui, e non un gergo per imbonitori o un lessico tecnico per restauratori.

Nella seconda parte della premessa, si tirano le somme di tutto ciò sul piano dell’uso del patrimonio artistico. E sono somme davvero drastiche: dal momento che la storia dell’arte non è una storia, le preoccupazioni relative alla conservazione materiale e a una corretta lettura storica dell’opera nel suo contesto figurativo e culturale sono ubbie di romantici snob. E non sto esagerando: Melloni sbeffeggia e liquida tutti coloro che hanno a cuore la tutela delle opere d’arte definendoli letteralmente «fautori di una degustazione romantica in situ di opere che spesso in quel luogo ci sono finite per caso, o per rapina o per disgrazia e che invece esibendosi, fuori di contesto o per prestito sono diventate patrimonio comune di milioni di esseri umani in carne e ossa, talora perfino giovani, e dunque sprovveduti dell’armamentario critico-linguistico dello specialista, cose che un tempo erano riservate a una eletta schiera di degustatori». Il che tradotto in italiano vuol dire: «signori, finalmente farò capire Giotto ai giovani, e lo farò prendendo un’opera delicatissima, sbattendola nell’inverno russo e recidendone ogni intellegibile legame col contesto figurativo e culturale ancora visibile a Firenze. Alla faccia di quei quattro snob elitaristi degli storici dell’arte».

Dopo averci dunque spiegato in quanta considerazione egli tiene i musei italiani (che per lui sono il frutto non di una luminosa storia culturale plurisecolare, ma del caso e della rapina), Melloni viene al concreto e presenta lo scambio di opere d’arte che pianifica da anni. Per intendere bene quanto segue, bisogna sottolineare il notevole understatement del professore, capace di parlare in questi termini dell’operato della Fondazione per le Scienze Religiose che egli stesso presiede: «un lavoro scientifico finissimo il cui valore non è sfuggito su scala internazionale (è stato presentato da Romano Prodi all’Expo di Shanghai e dal Patriarca ecumenico a Istanbul, capitale della cultura europea) e che ha rafforzato la credibilità di un interlocutore scientifico di prima grandezza». Accanto al lavoro di Melloni, ecco quello di Betori, presentato in modo altrettanto defilato: «la nuova traduzione della Bibbia in italiano – di cui l’Arcivescovo di Firenze, monsignor Giuseppe Betori, è stato protagonista – ha attirato sulla sua fine costruzione l’attenzione di diverse istituzioni accademiche e teologiche russe, alla prese con i problemi di una versione della Scrittura consacrata dalla liturgia e difficile per i fedeli». Come una conseguenza logica e ineluttabile di tutto questo dolciastro fumo di turiboli, ecco entrare in scena l’idea della mostra: «Questo ha permesso di formulare la proposta di impreziosire l’anno Italia/Russia con uno scambio di capolavori dell’arte sacra che dicessero esattamente questo: cioè la profondità del legame e la ricchezza della diversità che si basa sulla fede comune del Niceno II». Eccola finalmente, quella funzione delle opere d’arte che i poveri storici dell’arte non sono in grado di capire: venire imballate, imbarcate su un cargo e quindi essere scambiate allo scopo di «impreziosire» un evento a esse radicalmente estraneo, e invece sinistramente prossimo a una smaccatissima operazione di autocelebrazione degli organizzatori.

Come sempre, la scelta delle parole è illuminante, e l’idea che l’arte figurativa abbia il ruolo ancillare e superfluo di «impreziosire» qualcos’altro meriterebbe un’analisi a sé: ma qui basti notare quanto sia impressionante che un professore universitario di storia si esprima esattamente «come il più cafone degli antiquari, o come la sciùra milanese che impreziosisce il centro tavola con una composizione di peonie» (secondo le icastiche parole di un collega reduce dalla lettura del «Corriere Fiorentino»).

Naturalmente non si poteva «impreziosire» con un’opericciuola qualunque, e Melloni dichiara che «la proposta aveva bisogno di capolavori auteloquenti, per nome e per portata». In queste poche, cruciali parole il l’incenso si dirada, e Melloni getta la maschera: il fine esegeta dei profondissimi significati religiosi (quelli che sfuggono alla storia dell’arte) lascia destramente il campo al pratico uomo di marketing che vuole grossi nomi e opere «di portata», quasi si parlasse di un toro da monta o di una vacca da esposizione. E invece no, niente animali: si tratta della «Maestà di San Giorgio alla Costa e del Polittico di Santa Reparata attribuito al “Parente” di Giotto: queste due opere saranno esposte nella sede centrale del celebre museo moscovita, alle spalle della Chiesa della Madonna ‘gioia di tutti i sofferenti’ di cui è titolare il Metropolita di Volokolamsk, Hilarion Alfeev, capo del dipartimento delle relazioni esterne della Chiesa russa. Dalla Tretyakov, per decisione della sua direttrice Irina Lebedeva e della vice Tatiana Gorodkova, verranno a Firenze tre opere senza pari: la Madre di Dio Odighitria di Pskov, la Crocifissione di Dionisij e una Ascensione nella cui straordinaria qualità gli specialisti vedono la mano di Andrej Rublev. Queste icone verranno esposte, con le cautele di tutela del caso, non in un museo: ma nel Battistero di Firenze». Traduciamo: per celebrare un Concilio del 787, Mosca spedirà a Firenze tre icone del XV secolo, e Firenze spedirà a Mosca due dipinti realizzati tra il XIII e il XIV secolo. Un’operazione fumista quasi quanto la prosa che la difende, e in cui è davvero arduo trovare la benché minima traccia di senso storico, o anche un significato morale qualunque. E non si venga a parlare di ecumenismo, visto che un’ora qualsiasi della vita spirituale e sociale di Taizé o di Bose produce frutti cento volte più ricchi di questo micidiale concentrato di retorica, vanità e frusciar di mitrie e corone.

Infine, ecco la risposta alle critiche: il progetto «aveva bisogno di verifiche tecniche negli organi di tutela che sono state richieste e adempiute (hanno dato corso a qualche pettegolezzo fasullo, incautamente raccolto e agghindato con piccole bugie anticlericali, come da noi talora accade). E ha incontrato l’entusiasmo delle massime istituzioni dei due Stati, che hanno gli strumenti per distinguere fra uso e abuso delle opere d’arte».

In questo brano mirabile si contano almeno tre motivi interessanti.

Il primo è l’alterazione dei dati di fatto. A me non risulta affatto che le verifiche tecniche siano state adempiute. Con una solenne gaffe istituzionale, Melloni ha annunciato la partenza di due opere sul cui prestito non si sono ancora espressi gli organi centrali del Ministero per i Beni Culturali. E quando lo faranno, voglio sperare che la boccino, perché sarebbe criminale spedire nella gelida ed umida Mosca invernale un’opera chiave per la ricostruzione del giovane Giotto (peraltro danneggiata dalla bomba mafiosa del 1993), e l’antica pala d’altare della cattedrale di Firenze. Se il valore culturale di una mostra è davvero rilevante, si può anche accettare che opere uniche di settecento anni fa corrano qualche rischio. Ma non certo per «impreziosire l’anno Italia/Russia con uno scambio di capolavori dell’arte sacra».

Il secondo motivo notevole è il disprezzo per le regole, per le procedure e per le riserve degli storici dell’arte, cui si oppone l’entusiasmo dei politici. È davvero curioso che un professore di una pubblica università contrapponga alle garanzie del sapere e delle competenze l’arbitrio del principe: ma evidentemente i venticinque anni di plebiscitarismo berlusconiano hanno profondamente sfigurato l’etica pubblica di questo paese.

Infine la comoda spiegazione, ideologica e pregiudiziale, del dissenso: l’anticlericalismo! Su questo punto vorrei davvero rassicurare Melloni: non avrei scritto niente di diverso se questa irresponsabile iniziativa fosse stata animata da un assessore del PD, da un rabbino o dall’amministratore delegato di un’azienda privata. Ma, da cittadino e da cattolico, non posso far finta di non vedere che la gerarchia cattolica italiana sta facendo un uso assai spregiudicato del patrimonio dell’arte sacra del passato. Pochi giorni fa proprio l’Opera del Duomo di Firenze ha avuto, per esempio, la pessima idea di istituire una tessera tagliacoda a pagamento per l’accesso in Cattedrale, e in molte chiese della città di Betori (a partire proprio dal Battistero che ospiterà le icone russe) si entra versando moneta sonante, con una malcelata simonia che riesce a vanificare contemporaneamente il significato civile e quello religioso di questi indispensabili polmoni dello spirito.

Dettagli per Melloni, che sentendosi evidentemente un novello Giovanni Crisostomo (cioè «dalla-bocca-d’oro», per la sua eloquenza), si getta in una conclusione che sta tra l’omelia e l’esaltazione mistica: «Un catalogo della mostra, nella quale si vedrà l’impegno della Enciclopedia Italiana e si sentiranno le voci delle autorità degli Stati, dei governi, delle Chiese, delle autorità, degli studiosi, dei teologi, accompagnerà queste opere: nel cui viaggiare ciascuno riuscirà soltanto a leggere qualcosa di sé. È giusto così». Personalmente, non riesco a consolarmi pensando che Giotto sarà scortato da un catalogo siffatto, dove la voce degli «studiosi» (e quali? Forse gli storici della Chiesa, non già i disprezzati storici dell’arte!) sarà una su sei, essendo le altre cinque tutte riservate al potere (e perché sia chiaro la parola «autorità» ricorre ben due volte), o alla teologia. Pare davvero inverosimile che l’Enciclopedia Italiana di Giuliano Amato si presti a un’operazione del genere, ma si deve sapere che Melloni siede nei consigli scientifici di Treccani e Dizionario Biografico: dunque conta di fare tutto in casa.

Con il piglio di un vero direttore di coscienze, infine, il professor Melloni prescrive ciò che ciascuno di noi dovrà leggere nel viaggiare di Giotto a Mosca: «soltanto qualcosa di sé». E quindi la chiusa, memorabile: «È giusto così». Mi dispiacere deludere Melloni, ma io in questo «viaggiare» (che spero le istituzioni tecniche-scientifiche dello Stato abbiano ancora la forza di impedire) vedo solo uno dei tanti segni della notte culturale in cui siamo immersi: una notte in cui brillano solo la celebrazione dell’ego e il potere del marketing.

Ed è per questo che vorrei rammentare al professor Alberto Melloni (il quale presiede la fondazione di Giuseppe Dossetti; e il cuore sanguina, a pensarlo) che proprio il costituente Dossetti avrebbe voluto nella Costituzione un articolo che recitasse così: «La resistenza individuale e collettiva agli atti dei poteri pubblici che violino le libertà fondamentali e i diritti garantiti dalla presente Costituzione è diritto e dovere di ogni cittadino».

Ecco, temo che per difendere l’articolo 9 della Costituzione – quello per cui «la Repubblica tutela il patrimonio storico e artistico della nazione» – sia venuta l’ora in cui gli storici dell’arte, e tutti coloro che amano e conoscono l’arte del passato, diano vita a una vera resistenza nei confronti di ogni tentativo di strumentalizzare, abusare, privatizzare e mettere a rischio quello straordinario bene comune che è il nostro patrimonio storico e artistico.

Tomaso Montanari