Nonostante tutto il perbenismo assolutorio con cui ci illudiamo di considerare l’inquieto andare del mondo, mentre candidamente dormiamo cullati da tutte le nostre certezze di liberal-conservatori, attivissime nel nostro scomodo subconscio, il mondo cambia. E non come noi, ingenuamente, ci aspettiamo.

Altrove non si dorme. Periferie vanno a fuoco e questo accade da anni. Anche i Rem suonavano una splendida canzone “Is the end of world as we know it (and I feel fine)”, io ci vedevo dentro molto più ottimismo creativo e più allegria positiva di quanta ora sia ammissibile rileggendola.

Eppure ora accade. Abitanti di periferie creano i loro nuovi centri alla faccia di un establishment che reagisce con violenza alla rivolta che non riconosce più le gerarchie.

Non mi riferisco solo al “ribellismo”, come qualcuno l’ha definito, parlo di ogni genere di gerarchie sintomo invece di un’ anarchismo diffuso che prende connotati di caos disastroso solo se e quando visto da chi sta al centro del potere e lo definisce con parole, secondo lui, squalificanti.

A Londra sono andati in scena i medesimi fatti accaduti qualche anno fa nelle banlieue di Parigi, gli abitanti di Val Susa non sono disposti a cedere il proprio status in favore di interessi nazionali tanto falsi quanto millantati o, se volete, a Napoli la periferia non accetta più i rifiuti della metropoli.

Vari movimenti nordafricani tentano un cambiamento dei loro mondi per farne centri che non siano la periferia di una Europa in cui essere considerati “clandestini “ e quindi materiale disponibile alla schiavitù.

L’ultima speranza del potere affaristico non è solo legata alla repressione, ma soprattutto alla disinformazione.

Ma la scena più tragicomica è andata in scena a Beijing e, credetemi, penso sia veramente il caso di abituarsi a chiamarla con il suo vero nome. Vista la debacle finanziaria, il presidente statunitense Barak Obama, si è affrettato a spedire il suo vice Joe Biden presso i maggiori investitori del debito pubblico a stelle-e-strisce in un doveroso tentativo di tranquillizzare quell’imbarazzante partner.

Fra le altre cose, nel portare a termine la sua ingrata missione, Biden ha dichiarato che il Tibet è a tutti gli effetti e con giusto diritto una delle province della Repubblica Popolare Cinese dando, una volta di più, un calcione al mito di difensori dei deboli e dei diritti che gli statunitensi hanno di sé stessi. In realtà questo è stato solo un antipasto, i cinesi hanno serenamente garantito che non disinvestiranno dal debito statunitense… per ora, poi, magari fra un paio d’anni, dirigeranno la loro potenza economica altrove.

Molto prima dei Rem, uno dei cantautori più bravi e sottostimati, Bruno Lauzi cantava “Arrivano i cinesi, arrivano nuotando, dice Ruggero Orlando, domani sono qui”. Ci facevano ridere quei cinesi “più gialli dei limoni che metti dentro il tè”, il loro modo di vivere era per noi incomprensibile e ne commiseravamo la miseria e la mancanza di prospettive.

Ora però hanno sovvertito l’ordine mondiale e i miliardari occidentali, incapaci di consumare di meno, sono oramai alla loro mercè economico-finanziaria. Il centro del mondo si sta spostando inesorabilmente da Wall Street in Asia e la nostra compassione si va trasformando in inquietudine stizzita… ma perché poi? Hanno giocato il nostro gioco e l’hanno fatto usando le nostre regole, quelle del cosiddetto “mondo occidentale”.

“Arrivano i cinesi, succede un quarantotto, si piazzano in salotto, e non se ne vanno più. Perché, perché? Perché lo chiedo a te”