Red carpet de "L'ultimo terrestre". Nella foto Gian Alfonso Pacinotti, Luca Marinelli

Non ci posso credere. Eccoli in tutto il loro splendore alieni e aliene far capolino in due film italiani passati alla 68esima Mostra del Cinema di Venezia. Non assoluti protagonisti, ma significative incognite del racconto, gli ufo de “L’ultimo terrestre”, regia di Gianni Pacinotti (in concorso) e “L’arrivo di Wang”, regia dei Manetti bros. (sezione Controcampo italiano) sembrano una nuova modernissima ondata di stimoli visivi in un’industria cinematografica come quella italiana, incancrenita in bolsi cliché figurativi.

Gianni Pacinotti, quarantaduenne fumettista pisano, è all’opera prima. Prodotto dalla Fandango di Domenico Procacci, “L’ultimo terrestre” prima di atterrare a Venezia ha già inondato il web con una sorta di campagna promozionale virale fatta di trailer, filmati sugli Ufo, servizi giornalistici creati ad hoc, come nella radiofonica “Guerra dei mondi” di Orson Welles datata 1938.

Tanto che in apertura di film, è dalla radio dell’automobile che sentiamo arrivare le prime tracce di una prossima invasione aliena in questa Italia grigia e bigia dove vive l’imperturbabile Luca (l’ottimo Gabriele Spinelli). Il programma è “La zanzara” di Radio24 e la voce quella di Giuseppe Cruciani. Tema: cosa ne pensate dell’invasione aliena? Anche se al telefono risponde il solito mitomane che vuole parlare della squadra di calcio del Cesena, probabile omaggio al fumettista cesenate Giacomo Monti, autore dell’albo a fumetti a cui il collega Gipi si è ispirato per il film.

L’ultimo terrestre è un film sull’attesa dell’altro e la scoperta del proprio sé. Immerso in uno scenario ipnoticamente surreale, delicatamente elaborato su tutto quel marasma sociale da fine del mondo tipico degli script hollywoodiani (le sette parareligiose, per dirne una), incastonato su una griglia del reale che incute un certo timore (nella fattispecie le testimonianze dei Tg nazionali), la pellicola di Gipi si iscrive nel libro delle sorprese di un festival che sembra attirare in laguna extraterrestri apparentemente defilati e ininfluenti.

E se l’alieno, anzi l’aliena, del film di Gipi ha un testone bianco e gli occhi neri neri come i fantocci conservati negli sgabuzzini di Roswell, l’extraterrestre dei Manetti bros. che rimane nascosto in uno scantinato per almeno settanta minuti ne “L’arrivo di Wang”, assomiglia ad una figura aliena che ti sembra di aver visto in mille frammenti cinematografici, ma scavando negli archivi ufologici in nessuno in particolare.

Potenza dell’immaginario costruito dai Manetti (in tv con L’ispettore Coliandro, al cinema con “Zora la vampira” e “Piano 17”). In quella cantina/cella dove corre Gaia, interprete di cinese che viene chiamata per una traduzione segreta e urgente, è stato imprigionato un “cinese”, fantomatico signor Wang, posizionato in un buio fuori vista, interrogato con prepotenza dall’agente Curti (eccellente l’incazzoso Fantastichini). Una specie di mostriciattolo non umano, con mani e piedi da polipo, che seguiamo e comprendiamo solo coi sottotitoli.

Manetti e Gipi sono di un’altra generazione rispetto a qualsivoglia autore cinematografico del secolo scorso. Una nuova levata poetica/estetica che usa l’invasione aliena come grimaldello di fantasia per sconvolgere le convenzioni sociali e visive degli spettatori italiani. Meritano un premio. Applausi.