Bambini si torna a cantare. Tra poco più di un mese prenderà il via la cinquantesima edizione dello Zecchino d’Oro, anticipata da venerdì 9 a domenica 11 settembre con l’anteprima a Bologna de La città dello Zecchino.

Le nozze d’oro tra i frati dell’Antoniano che organizzano l’evento, e il Comune di Bologna che lo ospita, non sembrano di certo risultare oggi l’apice dell’armonia. “Siamo riconosciuti come un grande patrimonio dall’intero Paese e anche all’estero, ma non sempre siamo percepiti come tale dalla città di Bologna”. Queste le parole di sfogo di frate Alessandro Caspoli, a capo di una struttura unica nel suo genere in Italia, nel presentare il nuovo autunno dello Zecchino.

682 canzoni nel repertorio, 789 bambini interpreti, ventuno anni di dischi di platino e d’oro, un milione di copie della compilation anuuale vendute negli ultimi sette anni, lo Zecchino d’Oro è terzo per età tra le manifestazioni del folklore italiano dietro solo a Miss Italia (1939) e Festival di Sanremo (1951), diventando nel tempo uno di quei rari oggetti televisivi nazionalpopolari riconoscibili dalle Alpi all’Etna.

Un’avventura iniziata nel 1959 quando a Milano Cino Tortorella inventa la trasmissione per la Rai e per sé il ruolo di Mago Zurlì dal vestito bianco e celeste. Nel 1961 lo Zecchino approda al teatro Antoniano di Bologna (da qui il conteggio dell’imminente cinquantenario) e diventa ben presto uno degli appuntamenti televisivi più attesi dell’anno. Dal 1963 è il Coro dell’Antoniano, fondato da Mariele Ventre, ad accompagnare i piccoli solisti.

Negli anni sessanta e settanta i ritornelli di brani come Il pulcino ballerino, Popoff, Quarantaquattro gatti, Il caffè della Peppina, oltre ad essere la colonna sonora dell’infanzia di generazioni di bambini, diventano hit che concorrono senza timore alcuno con i successi pop “adulti” da classifica, ieri come oggi. Basti pensare a Le tagliatelle di nonna Pina che dallo Zecchino diventa un tormentone del programma tv La prova del cuoco.

Tra i volti passati alla storia della musica per essersi esibiti sul palco dello Zecchino quello di una piccola Cristina D’Avena che nel 1968 a soli tre anni canta Il valzer del moscerino per poi rimanere, fino a dodici anni, membro del Piccolo Coro dell’Antoniano.

Altro importante traguardo è nel 1969 quando, per la prima volta nella storia lo Zecchino d’Oro, si trasmette in Eurovisione. Lo spettacolo è seguito, in diretta e in differita, da circa 150 milioni di spettatori in tutto il mondo, un record di audience superato, in quell’anno, soltanto dalla sbarco lunare degli astronauti statunitensi Armstrong e Aldrin nel corso della missione Apollo 11.

Nello stesso anno il brano Volevo un gatto nero, interpretato da Vincenza Pastorelli, nella traduzione giapponese Tango del gatto nero, raggiunge una popolarità mondiale mai eguagliata da nessun’altra canzone dello Zecchino. Tanto che solo nel regno nipponico vende alcuni milioni di dischi.

L’Eurovisione è solo l’inizio di una fama internazionale che si costruisce anno dopo anno. Nel 1976  prendono parte sette canzoni italiane e sette canzoni estere, e sul palcoscenico dell’Antoniano arrivano da tutto il mondo favole in musica, preghiere, ritmi da scoprire, sonorità lontane e suggestive. Nove anni più tardi, nell’anno Onu del fanciullo, lo Zecchino riceve il Telegatto. Sul premio è incisa la scritta: “a Mariele Ventre, che ha fatto del Piccolo Coro una realtà mondiale”.

Ma è proprio la morte di Mariele Ventre nel 1995 a far rallentare il successo della manifestazione canora oramai diventata punto d’ascolto più per i grandi che per i piccini. Al suo posto va Sabina Simoni. E visto che il tempo non è mai galantuomo le colonne portanti che hanno fatto nascere lo Zecchino danno lentamente forfait: da Tortorella e dal suo mago Zurlì (oggi c’è Pino Insegno, de gustibus), fino a Topo Gigio (dal ’54 al 2004 con la voce di Peppino Mazzullo e ora con quella di Davide Garbolino) costretto a diversi periodi di stop.

Probabile che le polemiche abbiano solo che giovato allo Zecchino. Dalle accuse di divismo dei fanciulli (ma è probabile che chi lo disse non avesse ancora visto qualche puntata degli attuali talent show) a quando perfino la cattolicissima Cisl bolognese nel 2009 aveva osato protestare per una serie di tagli del personale che seguivano le scarse entrate del centro di produzione dei programmi dell’Antoniano per la Rai (prima del 2009 erano quasi 200 ore, oggi solo 15). Una formula tra palco, televisione e diffusione dei brani, insomma, che nonostante tutto sembra non tramontare mai. Basta leggere i dati d’ascolto dal 2005 ad oggi con oltre 5milioni di spettatori in media e per i frati dell’Antoniano non serve nemmeno più la classica benedizione dall’alto.