È passato un mese da quando il caso di un ventiseienne colpito e ucciso dalla polizia il 6 agosto a Tottenham, quartiere nel nord di Londra, ha acceso le proteste e gli scontri in Gran Bretagna. Da Tottenham a Brixton, da Croydon a Clapham passando per Enfield, Lewisham, Hackney, Bethnal Green e Barking. Ad un anno esatto dal giorno di chiusura dei giochi olimpici del 2012, Londra bruciava. Durante le prime ore della mattina di domenica 7 agosto la città era sotto l’assedio dei dimostranti; la polizia aveva perso il controllo. Auto delle forze dell’ordine venivano date alle fiamme, diversi negozi saccheggiati. Seguivano giorni di proteste ininterrotte in tutto il Paese. Le “truppe” dei dimostranti erano penetrati, da varie direzioni, nei quartieri di molte città inglesi. Il Regno Unito, tutto ad un tratto, sembrava sfasciarsi: palazzi al rogo, 3.100 arrestati in tutta la Gran Bretagna, cinque morti e sedici feriti gravi. La Met (la polizia inglese) ha indicato in 200 milioni di sterline il valore calcolato per i danni alle diverse città.

Questo bastava, nel corso della prima metà di agosto, per mobilitare sedicimila agenti e far arrivare i rinforzi della polizia dalle contee limitrofe. Il primo ministro Cameron è rientrato in fretta e furia dalla sua vacanza in Toscana, dove si era ritirato da qualche giorno. In un primo momento il leader dei Tories aveva provato a rassicurare i cittadini annunciando un imminente piano per la sicurezza interna, ma il suo discorso di fronte alla Camera l’11 agosto dimostrava in verità come le riforme della polizia e della sicurezza, da Cameron più volte annunciate e altrettante volte rimandate, siano oggi una delle priorità assolute al N. 10 di Downing Street.

Le immagini che ad agosto ritraevano le sommosse di Londra non dicevano molto di più. Ma oggi, a distanza di un mese, contengono l’essenziale per comprendere la situazione: gli eventi del Regno Unito dimostrano che non siamo davanti a un movimento esclusivamente indisciplinato, ribelle e riottoso, ma piuttosto rivelano i meccanismi fallimentari di un sistema lavorativo ed educativo in declino; quelle stesse dinamiche sociali che, nella loro assoluta discriminatorietà, ostruendo il progresso delle nuove generazioni per via della recessione, non hanno saputo offrire loro un futuro degno di nota. Generando una bolla ad alta pressione che ora sta per esplodere sprigionando la rabbia con cui i dimostranti hanno espresso tutto il loro disagio.

Che le tensioni tra il governo e gli studenti non fossero terminate lo scorso novembre, quando questi ultimi avevano messo sotto assedio la capitale per via dei tagli all’istruzione e dell’aumento delle rette universitarie imposte dal governo, era apparso chiaro fin dal principio: la disoccupazione giovanile è al 20 per cento e le università stanno chiudendo le porte in faccia agli studenti (in media, uno studente ogni tre rischia di non essere ammesso). Questa volta, però, l’assenza di un forte credo ideologico tra le file dei dimostranti faceva sì che non si percepisse un odio palese verso un preciso schieramento politico. Né erano le grandi multinazionali ad essere prese d’assalto. Emergeva, in verità, un principio di sfogo che non lasciava adito a distinzioni di razza, età e genere: dai bambini di sette anni ai trentenni in carriera, i cittadini britannici in cerca di risposte per il futuro chiedevano innanzitutto certezze. Un mix esplosivo: il prodotto di un groviglio di culture intrecciate l’una con l’altra.

L’immigrazione nel Regno Unito è percepita diversamente dal resto del mondo: l’immigrato conserva le sue tradizioni e le condivide con la società, ma al contempo è ben integrato nel sistema britannico. Proprio questa spasmodica ricerca d’integrazione etnica ha talvolta prodotto gli effetti opposti a quelli desiderati. A livello pubblico gli immigrati si rispettano e vanno d’accordo, ma a livello privato scelgono di costituire gruppi etnici chiusi. È la conseguenza naturale di un contesto multietnico e complesso come quello britannico. Che unisce e divide; che ingloba e isola. Drammaticamente. Anche per questo si sono venute a creare le gang locali del Regno Unito, tumore paradigmatico di una società che offre ai giovani un futuro incerto.

Quello dei dimostranti britannici non appare, di per sé, uno sfogo al fine di cambiare il sistema universitario e lavorativo. È piuttosto il prodotto di una diffusa insicurezza sociale che sancisce il tramonto, in parte definitivo, del tradizionale ottimismo occidentale. Gli eventi di Londra, per quanto contraddittori e difficilmente comprensibili, raccontano bene qualcosa che altrove non si è percepito alla stessa maniera. Dimostrano cioè che il sistema è saturo, incapace di far quadrare la povertà di tutti giorni con il consumismo sfrenato.

Giulio Gambino, direttore di The Post internazionale