In questi giorni sono al Festivaletteratura di Mantova a spostare sedie e trasportare pacchi. Hanno la maglietta blu, il pass e i buoni pasto come gli altri 500 volontari che ruotano attorno alla rassegna letteraria. Si confondono volentieri in mezzo al fiume di persone che sta invadendo la città dei Gonzaga per seguire gli eventi con scrittori e personaggi famosi. Sanno poche parole d’italiano, stanno imparando. Ma una parola la ripetono in continuazione ed è “grazie”. Loro sono sei dei venticinque profughi provenienti dai centri di raccolta di Lampedusa e accolti temporaneamente in un centro Caritas del quartiere virgiliano di Te Brunetti e, fino a qualche mese fa, tutto potevano immaginare tranne che di essere al centro, da protagonisti, di un grande carrozzone letterario dove si parla anche di guerra, di fame, di torture, di violenze.

Ma, spesso, chi ne parla lo fa per sentito dire o perché l’ha studiato su qualche libro. Fino a qualche mese fa, prima che la guerra divampasse senza controllo, si trovavano in Libia a lavorare, in fuga da altri paesi africani dove non potevano più stare perché anche lì c’erano conflitti ed erano perseguitati per motivi politici, perché si opponevano a regimi dittatoriali, perché non avevano nulla da mangiare e tantomeno un futuro. E ci sarebbero anche rimasti in Libia se la guerra e il governo del colonnello Gheddafi non li avessero costretti a partire. Non possiamo scrivere i loro nomi, perché hanno richiesto l’asilo politico all’Italia e sono coperti da estrema riservatezza, ma possiamo raccontare le loro storie. Provengono tutti dalla Nigeria, dal Gambia e dal Ghana. Hanno la pelle nera e per questo in Libia, quando è scoppiato il conflitto, erano considerati dai ribelli mercenari al soldo di Gheddafi. Ma loro non c’entravano nulla. Molti sono stati utilizzati come scudi umani, vestiti da militari e gettati nella mischia dello scontro armato per attirare i colpi degli oppositori del regime. Una situazione insostenibile.

L’unica speranza era fuggire di nuovo, abbandonare il paese che non era il loro, ma nel quale speravano di avere trovato un po’ di stabilità e dove, lavorando, riuscivano a guadagnare anche 600 euro al mese: 200 per loro, il resto inviato alle famiglie ancora prigioniere nei paesi d’origine. Tutto finito. La guerra in pochi mesi ha cancellato ogni cosa, ogni risultato ottenuto, ogni minimo segno che le cose stessero per andare un po’ meglio. Ma la gente abituata a soffrire fin dalla nascita difficilmente si perde d’animo. Fuggire dalla Libia, dalla guerra era l’unica soluzione. Fuggire a qualsiasi costo economico e mettendo in conto di non farcela, di essere rispediti indietro, di morire. Così ecco la via d’uscita sotto forma di carretta del mare che li avrebbe condotti a Lampedusa, la porta d’accesso più vicina per entrare in Europa e ricominciare.

“Siamo partiti di notte – ha raccontato uno di loro a un incontro con i cittadini di Mantova organizzato dal centro d’accoglienza che li ospita in attesa che la commissione per i richiedenti asilo decida quale sarà il loro futuro – lo scorso 3 marzo. Eravamo schiacciati come sardine su quella barca che perdeva i pezzi. Chi guidava s’è perso in mezzo al mare. Eravamo stremati, senza nulla da bere e da mangiare. Ho visto morire decine e decine di persone di fame, di sete e annegare nel mare. L’unica cosa che potevamo fare era pregare. Poi un elicottero ci ha individuati e ci ha condotti a Lampedusa”.

Adesso la loro vita è migliore. Si ritengono molto fortunati. Sono stati accolti a Mantova e, nel centro di Te Brunetti gestito dalla Caritas, studiano la lingua italiana, la costituzione, le leggi e imparano a utilizzare il computer. Cercano di inserirsi nel loro nuovo “mondo”. Tutto va bene per farli sentire parte della nuova comunità in cui vivono, anche fare i volontari al Festivaletteratura. “Dopo qualche incontro con gli organizzatori della rassegna – spiega Andrea Benedini, coordinatore del centro d’accoglienza “San Luigi” di Mantova – abbiamo pensato di inserire alcuni ragazzi ospiti del centro fra i volontari a svolgere mansioni di logistica. Questo per facilitare i processi di integrazione di questi ragazzi, di età compresa fra i venti e trent’anni, nel nuovo contesto sociale in cui vivono. Le cose stanno andando molto bene e i ragazzi sono felici dell’esperienza. Si sentono utili, attivi, vivi, parte di una nuova comunità”.

E anche dal Festivaletteratura sottolineano la positività dell’iniziativa: “Sono dei bravi ragazzi – ha detto Francesco Caprini del Comitato Organizzatore della manifestazione – e siamo molto felici di averli fra i nostri volontari, la vera anima di tutto il Festival”.

di Emanuele Salvato