Dopo mesi di discussione, infiniti dietrofront, due maxi attacchi speculativi, 8 mila punti bruciati in Borsa, un numero imprecisato di emendamenti, uno sciopero generale della Cgil e persino una serrata del campionato di Serie A, la manovra del governo ottiene in Senato la scontata approvazione. Un punto d’arrivo atteso a lungo ma che in pochi, certamente, avranno voglia di festeggiare. Perché la vera partita, e di questo l’esecutivo è pienamente consapevole, non certo quella che si è giocata all’ora di cena nell’aula di Palazzo Madama. Quanto, piuttosto, quella in programma nella mattinata di domani in occasione del consiglio della Banca centrale europea. L’amata-odiata istituzione cui sono ormai legati indissolubilmente i destini del debito (e forse del governo) italiano.

Non v’è dubbio, ormai, che le discussioni nazionali – iva, tagli, evasione e così via – si limiteranno ora a fare da sfondo a quella che si annuncia come un’autentica battaglia. Un conflitto più che evidente che, con ogni probabilità, non si concluderà domani nel modo per noi più tragico ma che, al tempo stesso, rischia di deteriorarsi nel futuro prossimo trascinando sul fondo l’idea stessa di Unione monetaria. La Bce, come d’abitudine, non ha comunicato ufficialmente l’agenda dei lavori di domani ma mai come questa volta la pubblicità sarebbe stata superflua. Nessun dubbio infatti sulla centralità della questione “acquisti” nel dibattito di giovedì che vedrà ancora una volta due diversi schieramenti in campo: da un lato i fautori dell’intervento diretto che chiederanno all’istituto di proseguire nelle operazioni di acquisto dei bond sovrani dei Paesi a rischio (Spagna e Italia in primis in termini di volumi trattati), dall’altro gli oppositori, favorevoli, piuttosto, a un progressivo disimpegno dell’istituto centrale dal traballante mercato obbligazionario europeo.

Nel corso dell’ultima riunione, si mormora, a schierarsi apertamente contro l’intervento erano stati i rappresentanti della Germania e di un Paese del Benelux (pare l’Olanda). Non è da escludere a questo punto che il fronte dei “rigoristi” (nel senso del bilancio…) possa allargarsi ad altri Paesi (con la Finlandia in prima fila magari). Di certo, il clima che si respirerà nella riunione di domani sarà ancora più ricco di tensione rispetto all’appuntamento precedente. Quasi tutti, è vero, danno per scontato un nuovo via libera agli acquisti di titoli di Stato di Roma e Madrid. Ma è probabile che tra un compromesso e l’altro, il fronte del No strappi qualche condizione capace di obbligare le periferie europee a una vera assunzione di responsabilità. In fondo, come ha ricordato in questi giorni Mario Draghi, non ci si può certo aspettare che la Bce continui a sostenere il mercato dei titoli all’infinito, facendo pagare ai contribuenti di tutta Europa, verrebbe da aggiungere, anni di sprechi e di errori di gestione da parte di alcuni Paesi.

Italia e Spagna, insomma, non possono sentirsi pienamente tranquille anche se dalla loro hanno almeno un grande punto di forza: quel senso di “destini intrecciati” che attanaglia da mesi i mercati del Continente. Quando la sfiducia e la speculazione si abbattono sulle periferie, a tremare sono le borse di tutta Europa. Lo si è capito questa estate quando i ribassi hanno assalito tanto Piazza Affari quanto Francoforte e Parigi. Quando la Bce è scesa in campo a sostegno del debito italiano e spagnolo (e le vendite allo scoperto, piccolo particolare, sono state bloccate) a guadagnarne sono state tutte le piazze europee. Un po’ come oggi, con Milano a guidare la classifica dei rialzi generali dell’eurozona. A Piazza Affari gli osservati speciali Unicredit e Intesa hanno recuperato rispettivamente 4,97 e 3,81 punti percentuali mentre Fiat ha segnato un clamoroso +8,55 per cento. Lo spread Btp/Bund, nel frattempo, è calato a quota 338, trascinato al ribasso, spiegava oggi un trader, “dalla scelta di alcuni fondi di andare corti sui titoli tedeschi e lunghi sull’Italia”. Tradotto, un certo numero di investitori ha giudicato sopravvalutato il bund scegliendo di rimetterlo sul mercato e di investire sul Btp in una strategia di lungo periodo. Un attestato di fiducia che oggi ha dato sollievo. Ma che resta condizionato ovviamente agli umori che emergeranno domani a Francoforte.