Un libro per bambini, di quelli da colorare. Un titolo poetico: Il libro della libertà dei bambini. Eppure il volume della Really Big Coloring Books, una casa editrice del Missouri, sta sollevando un fiume di critiche e commenti. “E’ disgustoso”, dice Dawud Walid del Council on American-Islamic Relations. “E’ un lavoro che vuole educare e non offendere”, gli risponde Wayne Bell, direttore della Coloring Books. Il tema del contendere è il modo in cui il libro – che racconta la storia delle Due Torri e l’uccisione di Osama bin-Laden – rappresenta i musulmani. La frase “estremisti radicali musulmani” è usata per ben 10 volte. E bin-Laden è disegnato nel momento in cui sta per essere ucciso dalle truppe speciali USA. Si nasconde dietro una donna, che indossa il velo islamico.

Dieci anni dopo l’11 settembre, il tema dei rapporti tra Islam e Stati Uniti continua a creare tensione e imbarazzi. Un sondaggio del Washington Post spiega che il 31% degli americani crede che l’Islam più istituzionale “incoraggi la violenza”. Da parte loro, i musulmani americani non nascondono un forte disagio. Il 55% (secondo una ricerca del Pew Research Center) pensa di essere ancora oggetto di pressioni e discriminazioni: controlli agli aeroporti, diffidenza a scuola e nei luoghi di lavoro, vandalismi contro moschee e centri di cultura islamica. I tentativi di raffreddare i toni si susseguono, da entrambe le parti. La Casa Bianca ha invitato il boxeur, inglese e musulmano, Amir Khan, alla sua celebrazione ufficiale dell’11 settembre. Lo sportivo, che da due anni risiede negli Stati Uniti, è continuamente bloccato e interrogato prima di prendere un aereo. E i musulmani USA, per ricordare la tragedia, hanno organizzato la campagna “Muslims for Life”, che prevede di raccogliere sangue, donato dagli stessi musulmani, in modo da salvare almeno 10 mila vite.

“Da dieci anni non riesco a liberarmi da un senso di disagio. Quasi fossi fuori posto”. Ce lo racconta Butheina Hamed, figlia di immigrati siriani emigrati negli Stati Uniti negli anni Settanta. Butheina, che oggi vive a Emerson, New Jersey, aveva undici anni nel 2001. Ricorda il giorno della tragedia. “Ero a scuola, in classe. Qualcuno entrò, disse che c’era stato un grande attentato a New York. Pregai perché gli autori non fossero musulmani”. Oggi Butheina non indossa il velo islamico. E’ stata una decisione presa dopo mesi di discussioni, in famiglia, soprattutto con la sorella più piccola, Zanubya (che ancora lo porta). “Ma per anni mi sono coperta anch’io il capo. Mia madre non voleva, temeva che nel tragitto da scuola a casa qualcuno mi aggredisse, e facesse del male”. Butheina sta per laurearsi in lingue romanze a Rutgers University. “Con i compagni va bene – dice -. Ma io porto dietro il bisogno di giustificarmi, di sottolineare ogni volta che bin-Laden non è il mio leader, che i miei valori sono quelli di tutti gli americani”.

L’equazione Islam/opposizione ai valori dell’Occidente è stata in questi anni nutrita dai politici della destra repubblicana. Un referendum passato in Oklahoma lo scorso 2 novembre, promosso dall’avvocato e deputato repubblicano Rex Duncan, ha bandito la legge islamica dalle corti dello stato. Nessun musulmano, in Oklahoma o in altre parti degli Stati Uniti, aveva però mai chiesto l’imposizione della legge islamica; e nessun tribunale aveva riconosciuto la precedenza della legge islamica sulla Costituzione. L’ascesa del Tea Party ha ulteriormente inasprito la situazione. Alle scorse elezioni di midterm, Sharron Angle, favorita del Tea Party, ha annunciato che l’Islam aveva ormai issato le sue bandiere su due città del Michigan e del Texas. Il sentimento anti-musulmano ha però probabilmente raggiunto il suo apice con le udienze della Commissione per la sicurezza nazionale della Camera americana, presieduta da un altro repubblicano, Peter King, che ha indagato su “fisionomia ed estensione del radicalismo islamico” (e molti hanno rievocato il fantasma della commissione McCarthy sulle attività anti-americane).

“Ci sono stati momenti in cui ho pensato di andarmene. Soprattutto quando il reverendo Jones ha organizzato il suo ‘falò del Corano’”. Ali (che preferisce non dare il cognome) ha 27 anni, lavora per una società di spedizioni del Michigan. Non se ne è andato “perché non ho un altro posto dove andare. Non mi va nemmeno di tornare in Marocco, da dove arrivano i miei nonni”. Ammette che, soprattutto tra le sue amicizie di adolescente, “esisteva un sentimento di simpatia per le azioni di bin-Laden. Non ci rendevamo esattamente conto di quello che aveva fatto. Penso che c’entrasse la nostra frustrazione di figli di immigrati. Poi, crescendo, ci siamo accorti che dietro bin-Laden non c’era alcun disegno divino, e nemmeno possibilità di successo”. La rabbia di Ali è rimasta, e riemerge quando lui, suo padre, i suoi fratelli passano i controlli all’aeroporto. “Ogni volta, decine di domande. Ogni volta, controlli incrociati. Ogni volta, interrogatori separati rispetto a quelli degli altri passeggeri”.

A fine agosto la polizia di New York ha dovuto ammettere di aver assegnato poliziotti in borghese per spiare e raccogliere informazioni nei caffè, librerie, centri di ritrovo della comunità musulmana (attività condotta in collaborazione con la CIA). Lo sdegno di molti musulmani è stato riassunto da Abdul Alim Musa, Iman di Washington, secondo cui “i musulmani d’America vivono in uno stato di paura; paura nelle loro case, paura di andare a lavorare, paura persino di recarsi a pregare”. “Ma anche i nostri leader non hanno fatto sentire abbastanza la loro voce. Non basta la condanna del terrorismo, la distinzione tra Islam e terroristi”. Ce lo spiega Lena Shakir, 23 anni, figlia di libanesi. Lena rifiuta una concezione puramente “difensiva” dei musulmani d’America. “E’ giusto difendere i nostri diritti civili – spiega -. Ma vorrei anche i musulmani d’America non restassero ai margini, e trovassero una loro identità, un ruolo attivo nella società. Come le altre comunità americane”. Lena ha abbandonato il college a 20 anni. Lo riprende in queste settimane, e spera di laurearsi in business. “E’ il regalo che mi faccio. Un modo, anche, per lasciarmi dietro questi dieci brutti anni. Anzi, sai una cosa? Penso che non seguirò le celebrazioni del decennale. Nemmeno in televisione”.