“Buffone”. “Vattene a casa da Bonanni”. “Buh, buh”. Domenica tardo pomeriggio, la platea della Festa Democratica di Pesaro ce la fa a fischiare e a contestare. Sul palco ci sono Franco Marini e Susanna Camusso. Oggetto del contendere: lo sciopero di oggi. “Troppo precipitoso”, secondo l’ex segretario della Cisl. Anzi, quasi, quasi dannoso perché “chiede ai lavoratori di rinunciare a un giorno di compenso”. Allora, “meglio una manifestazione”. Un crescendo di distinguo che la platea non manda proprio giù. E dire che Marini l’aveva applaudito empaticamente mentre ricordava Mino Martinazzoli, l’ultimo segretario della Dc. E l’aveva sostenuto bonariamente persino mentre si perdeva i foglietti di carta dove s’era appuntato le critiche durissime, anzi feroci, da fare alla manovra, con una sequenza quanto meno comica (“economisti e direttori di giornali hanno parlato contro queste misure… sì… ecco… mi ero scritto le loro affermazioni… no… non qui… ah, sì, eccole”).

Ma di fronte alla nettezza della Camusso che ci va giù senza se e senza ma, chiedendosi “che senso ha fare sindacato se non si scende in piazza, se non si cerca di cambiare i provvedimenti che vanno contro i lavoratori”, la festa di Pesaro sceglie. Ovazione per lei, fischi per lui (che è pure costretto a ricordare: “Sono anni ormai che sono un dirigente del Pd”). Fischi educati, in realtà, nulla a che vedere con i fumogeni dell’anno scorso alla festa di Torino (contro Bonanni per l’appunto). Ma pur sempre fischi in un contesto generalmente talmente accogliente, da sembrare addomesticato.

Per esempio. Venerdì arrivano Walter Veltroni e Giuliano Amato, che educatamente evitano di affondare su qualsiasi questione. E il pubblico li applaude. Con calma, senza spellarsi le mani, ma li applaude. L’ex sindaco di Roma su Penati si limita a dire che “non se la sente” di “invocare il fumus persecutionis” e il pubblico applaude. Come sulla citazione di Napolitano. Un po’ come si fa durante gli spettacoli teatrali, quando si accompagnano gli snodi della recitazione con un battere di mani, tra l’incoraggiamento e la partecipazione, anche se non c’è l’entusiasmo vero.

Quello però ogni tanto si coglie: e così Pesaro accoglie Rosy Bindi, ieri, come una rockstar. Spintoni per conquistare le prime file, processione per stringerle la mano sotto al palco, accompagnata da affermazioni forti (“Rosy, mi raccomando. Ci affidiamo”). Boati e ovazioni anche per lei quando annuncia la partecipazione allo sciopero. E nessuna protesta quando quella che rapidamente si guadagna il titolo di beniamina della festa duetta con Pier Ferdinando Casini in nome dei bei tempi andati della Dc. E cerca di portarlo sul terreno di un’alleanza elettorale con tutta l’opposizione, peraltro senza riuscirci, perché lui “non ha fretta”. Commenta qualche anziano signore tra il pubblico: “Ci vorrebbe il contraddittorio, sono dalla stessa parte”. Ma è poca roba. Casini si becca un lievissimo “buh” solo quando prova a dire che in fondo i politici non sono troppo privilegiati. Finisce a baci e abbracci sul palco tra i due. Il pubblico osserva.

Spiega Matteo Ricci, che è il padrone di casa come presidente della provincia di Pesaro: “È la natura della città, che preferisce la cultura del fare e della solidarietà, a quella del conflitto”. Curiosa esperienza antropologica il popolo democratico di Pesaro e dintorni, disponibile ed elegante. Ma pure in quest’onda di gentilezza quasi inquietante, da che parte va si capisce. Camusso e Bindi insegnano. E dunque la festa si appassiona al dibattito tra Luigi De Magistris e Ignazio Marino di sabato sera. E non fa niente che il sindaco di Napoli abbia attaccato Bersani subito prima di arrivare a Pesaro (dicendo a Repubblica che su Penati “non poteva non sapere”).

Gli applausi più sinceri, evidentemente, la festa li riserva a chi dice cose chiare e dirette (e a volte persino di sinistra) senza rifugiarsi nel politichese a rischio pure di sfidare la demagogia. E così rende merito a De Magistris che citando Gramsci declama: “L’indignazione si è trasformata in mobilitazione. I leader devono avere una connessione sentimentale con il loro popolo”. Dare “messaggi credibili non è antipolitica è politica”. Perché “dobbiamo fare una rivoluzione culturale in questo paese. Conta essere operaio e non velina”. Applausi anche quando a proposito di questione morale dice (ogni riferimento evidentemente non è casuale) che i leader si devono assumere “la responsabilità politica”. Tra le hit, l’odio per la casta, che fa guadagnare un applauso scrosciante a Marino mentre ribadisce che bisogna “abolire le province” e declama che “forse basterebbero 50 senatori e 300 deputati”.

Così, Antonio Di Pietro, anche lui ospite ieri, piace e convince quando parla di referendum. Ma per il suo dibattito con Fioroni – un incontro di fioretto tra due “vecchie volpi”, che cercano di stanarsi a vicenda – l’accoglienza è tiepida. Troppa strategia politicante.

È sabato notte a Pesaro quando un anziano volontario ferma due semi-giovani “promesse” democratiche come Andrea Orlando e Francesco Boccia in giro per le vie della città e lo dice papale papale: “Ma voi a Omnibus la mattina dovete essere più cattivi”.

Il Fatto Quotidiano, 6 settembre 2011