Mentre Berlusconi guida il caravanserraglio Italia verso il baratro gridando: Siamo un paese di merda, mentre l’Europa ci mette con la Grecia nel mazzo dei quasi falliti, alti si levano moniti naturalmente autorevoli, naturalmente preoccupati, naturalmente inascoltati su etica, responsabilità e bene comune. “Chiarezza e certezza d’intenti”, chiede il presidente Napolitano che di fronte al disatro impone misure più efficaci. “Si agisca rapidamente”, invoca il governatore Draghi. “Chi si mette al servizio della polis la smetta di soddisfare bisogni e desideri personali”, predica alle nuvole il cardinal Bagnasco.

Come nel dialogo dissennato tra il Cappellaio matto e la Lepre marzolina sulla differenza che c’è tra un corvo e uno scrittoio, non esiste più nesso alcuno tra il delirio delle manovre inconcludenti e il linguaggio dell’avvertimento severo. E quando mai un premier rintronato da escort e ricatti darà ascolto alle formule magiche dei banchieri che reclamano, nientemeno, sforzi da “400 miliardi” (Profumo) e “patti per crescere, coesione e dinamismo” (Passera)? È un disgraziato paese delle meraviglie senza Alice, ma con 58 milioni di persone che davanti all’incombente disastro si chiedono che fine faranno. Che non di ammonimenti hanno bisogno, ma di una via d’uscita per sfuggire al Cappellaio ammattito e alle sue orde. Il Quirinale ci sta provando. Ma, come canta Daniele Silvestri: “Se bastasse qualche monito ad illuminare il buio che c’è qua…”.

Il Fatto Quotidiano, 6 settembre 2011