Per i terroristi dell’11 settembre, il World Trade Center era il simbolo del capitalismo americano. Distruggere le Due Torri significava distruggere il sistema economico che aveva condotto gli Stati Uniti a essere la prima potenza mondiale. Dieci anni dopo, gli Stati Uniti e il mondo stanno ancora pagando gli effetti – economici, finanziari, sociali – di quell’evento.

“Non è stato l’11 settembre a cambiare l’economia americana – spiega Anita Dancs, che insegna economia alla Western New England University-. E’ il nostro modo di reagire all’11 settembre che ha cambiato l’economia”. L’idea che il più clamoroso atto terroristico sul suolo americano abbia influito in profondità nel sistema capitalistico pare in effetti accettata dalla maggior parte degli studiosi e di chi agisce e lavora nel mondo finanziario, americano e non. Quello su cui ancora non c’è unanimità è quanto quell’atto abbia cambiato il sistema capitalistico.

Ci sono per esempio quelli che, nel conteggio dei costi dell’11 settembre, mettono tutto, ma davvero tutto: danni umani e materiali degli attentati, crollo della Borsa (il Dow Jones Industrial Average crollò di 14 punti nelle ore immediatamente successive all’attacco), aumenti nel prezzo della benzina, costi dei rinnovati sistemi di sicurezza negli aeroporti, uffici pubblici, strade, nuove tariffe assicurative e di spedizione, e soprattutto le spese militari in Iraq e Afghanistan.

Per i sostenitori della “tesi massimalista”, l’11 settembre è costato agli Stati Uniti oltre 4mila miliardi di dollari. Una cifra enorme, che ha ulteriormente innalzato il già spaventoso debito ed eroso, forse per sempre, gli standard di vita degli americani. Soprattutto, l’11 settembre avrebbe introdotto nella politica alcune “disastrose cattive abitudini”, da cui difficilmente si tornerà indietro. “Per la prima volta dalla Rivoluzione americana, i costi della guerra sono stati finanziati contando in buona parte sul debito”, hanno scritto Linda Bilmes e il Premio Nobel Joseph Stiglitz, autori di “The Three Trillion Dollar War”. (Per i due economisti, soltanto le spese delle guerre in Afghanistan e in Iraq costeranno agli Stati Uniti 4 mila miliardi di dollari).

La “tesi massimalista” non piace a chi diffida di un troppo automatico meccanismo di causa ed effetto. Dopo il 2002, infatti, molte cose importanti sono successe, in nessun modo riconducibili – o difficilmente riconducibili – al terrore e distruzione che travolsero gli Stati Uniti l’11 settembre. Come legare infatti all’11 settembre la bolla immobiliare, seguita dalla crisi dei mutui, seguita dalla crisi finanziaria che ha nutrito la più grave recessione economica mondiale dai tempi del crollo di Wall Street del 1929? Meglio, molto meglio, secondo i sostenitori di una “tesi minima”, limitarsi alla conta dei danni effettivi, e sul breve periodo, degli attentati.

“L’11 settembre è stato poco più di un bip”, ha spiegato ad Associated Press Adam Rose, esperto di terrorismo ed economia della University of Southern California. Rose fissa i costi della tragedia a circa 130 miliardi di dollari e cita, a riprova della sua tesi, il fatto che a inizi novembre 2001 il Dow Jones Industrial Average era rapidamente tornato ai livelli pre-11 settembre. Anche altri fattori paiono in qualche modo svalutare la centralità degli atti terroristici. Se oggi gli automobilisti pagano la benzina il doppio che nel 2001, non dipende unicamente dalle contese sanguinose scoppiate nelle aree di produzione del petrolio, ma dal fatto che la richiesta di energia è aumentata con l’affacciarsi sul palcoscenico del mondo di altre potenze, e di centinaia di milioni di nuovi consumatori.

Quello su cui oggi appare esistere una quasi totale unanimità è comunque il prezzo pagato per le aumentate misure di sicurezza. “La vera discriminante dell’11 settembre è proprio questa – ci racconta David Cole, giurista di Georgetown University -. Gli attentati hanno fatto crescere a dismisura l’industria della sicurezza”. Un rapporto di una commissione del Senato ha valutato in circa 400 miliardi le spese sostenute dal governo federale per evitare il temuto, ed evocato, ripetersi dell’11 settembre. 40 miliardi sono stati pagati soltanto per aumentare la sicurezza negli aeroporti.

Più difficile è invece calcolare quanto abbiano speso le aziende per rendere più sicuri i loro affari. Questioni di privacy hanno spesso tenuto ben nascosti i numeri di queste uscite (spesso trasferiti ai consumatori). Ma “fare affari negli Stati Uniti è diventato sempre più caro dopo il settembre 2001”, spiega Sung Won Sohn della California State University at Channel Islands. Nuovo personale di sicurezza, videosorveglianza, screening all’entrata dei luoghi di lavoro, messa al sicuro dei sistemi informatici (soprattutto per banche e istituti finanziari) hanno moltiplicato i costi. La crisi finanziaria, e l’assassinio di Osama bin-Laden, dovrebbero aver diminuito percezione del pericolo e possibilità di sostenere spese così elevate. “A questo punto è però difficile tornare indietro, e smantellare il faraonico sistema della sicurezza”, spiega ancora Cole.

E’ comunque difficile levarsi dalla testa che il vero lascito economico dell’11 settembre siano proprio le spese militari, il fiume di denaro fatto affluire dall’amministrazione Bush, e poi da quella Obama, in Afghanistan, in Iraq, in ogni altra parte del mondo in cui gli Stati Uniti abbiano percepito un (supposto) pericolo. I 4 mila miliardi che Stiglitz e la Bilmes hanno visto prendere la strada dell’Afghanistan e dell’Iraq sono stati sottratti al lavoro, agli investimenti, alla sanità, all’educazione. “Non puoi spendere miliardi in una guerra fallita all’estero, e non sentire il dolore a casa”, hanno scritto Stiglitz e la Bilnes. A parte i numeri e le percentuali, è proprio quel “dolore” – nelle case, sulle tavole, nelle scuole e negli ospedali – che gli americani hanno più percepito dopo il settembre 2001.