“Il rock ti dà l’idea che tutti ce la possano fare”. Eccola l’epigrafe del Blasco, posizionata in apertura del documentario Questa storia qua, presentato in anteprima Fuori Concorso al Festival del Cinema di Venezia.

Settantacinque minuti di amarcord, formato foto in bianco e nero, super8 ed interviste ad amici e parenti, la voce del soggetto protagonista spuntare ogni tanto per ricordarci che Vasco Rossi era e rimane un ragazzo di provincia, il montanaro di Zocca, semplice e diretto nel suo ragionare, doloroso e viscerale nel suo intonare strofe rock.

La ricetta del suo successo, se mai ce n’è stata una, è che tra Vasco e la sua gente, i suoi fan, il suo pubblico chilometrico, non c’è filtro, non c’è mediazione. Eccolo Vasco Rossi, ragazzone ventenne, protagonista di filmini amatoriali accelerati mentre fa a palle di neve con gli amici. Non che adesso si metterebbe a rifarlo, ma lo spirito è identico.

Uno degli intervistati, amico di allora, oggi proprietario di un supermarket a Zocca lo dice: “lui era determinato e ce l’ha fatta”. Eppure le radici sono in quel paesino dell’Appennino modenese: Zocca, anzi Casa Sansone. Il Komandante nasce in casa, tre chili e otto, cinquantanove anni fa. Lo racconta mamma Novella, in un filmato di qualche anno addietro, dalla sua sala da pranzo “come una volta”, volumi dei Quindici sugli scaffali e centrotavola.

Ecco che Questa storia qua, diretto da Alessandro Paris e Sybille Righetti, prodotto dalla Indigo di Nicola Giuliano e distribuito da Lucky Red fin da stasera alle 21.30 in decine di sale italiane, si fa racconto intimo, spaccato di un’infanzia e di un’adolescenza “celebre” ripresa in tutta la sua schiettezza di provincia. Scorrono i fotogrammi  “senza parole” di un Vasco Rossi bambino, in collegio con fuga notturna, all’ Usignolo d’oro con tanto di vittoria e articolo di giornale (“scrissero che ero un autodidatta mentre portavo a spasso le pecore, ma non ho mai visto una pecora in vita mia”), i gruppi musicali adolescenziali prima Little Boys e poi dei Killers.

“Non siamo più un gruppo ma dentro di noi c’è ancora il senso di quell’esperienza giovanile”, racconta l’ex ministro del governo Prodi, Giulio Santagata, anche lui di Zocca e amico di gioventù del Blasco, “lui era quello bello, suonava, piaceva. Era sensibile, solare e malinconico allo stesso tempo”.

E se c’è un pregio di questo documentario che riannoda il filo dei ricordi è proprio quello di far emergere un’allegria per le cose semplici, una spontaneità dell’anima, senza mai eccedere nel truce e nello scandalo (il periodo della droga appena sfiorato, giusto per dire che c’era e che ha pesato parecchio), senza voler forzare l’effetto di una battuta o di una frase detta da Vasco in voce over visto che frontalmente non appare mai.

La generazione fragile emerge lo stesso, ritmata da Vivere e Liberi liberi. Come del resto sfuggono segreti inconfessabili sulle origini di alcuni brani del Blasco sulle note di Albachiara e Sally. Ed è come se in Questa storia qua Vasco avesse voluto aprirsi, raccontarsi, lontano dai riverberi delle luci del palco, cullarsi nel mormorio di una giovinezza ancora sincera e vitale, non ancora sporcata dagli schizzi fangosi della vita adulta.

Tanto che quando Paris e Righetti sono costretti a chiudere ricordando cos’è successo dopo, oltre gli anni ’80, oltre il famoso Sanremo di Vita Spericolata, optano per un’inquadratura in piano sequenza di Vasco che sale sul palco nell’attacco iniziale di un concerto (“vivo sempre o nel passato o nel futuro, quando vado sul palco sono solo lì”). Potente, monumentale, stratosferico come è stato soltanto qualche rocker oltreoceano.

Un solo suggerimento per chi vedrà il documentario e che può racchiudere visivamente il senso di Questa storia qua. Inquadratura a figura intera, enorme quadro sullo sfondo di un concerto di Vasco alla parete e attorno ad un tavolo sei signore in silenzio tutte concentrate nella preparazione dei cappelletti.