Temerariamente il re che sprofonda e che non dorme, dice che Lele Mora gli fa schifo. Non sa quanto sia rischioso umiliare i propri servi di scena. Quanto possa essere acuminata la loro vendetta che nasce nell’ombra del rancore, nutrita con quello stesso zelo che un tempo li rendeva tanto obbedienti. Lui, l’ex parrucchiere, il fattorino di stelle, lo sguardo tondo, il pallore d’antibiotico. Bastava un cenno e lui correva. Consegnava ad Arcore carne fresca a ogni ora del giorno per estinguere al suo re i fantasmi della solitudine. Per la sua fame senza rimedio, senza fondo, come lo è il narcisismo degli uomini così potenti da regredire a decrepiti bambini.

In un remoto giorno del ‘92 Bettino Craxi fece lo stesso errore. Con la cassaforte ancora zeppa del contante consegnatogli dall’architetto Larini, ebbe la malaugurata idea di insolentire in pubblico il suo sottopancia Mario Chiesa, chiamandolo mariuolo. Quello stava – proprio come Lele Mora oggi – in una buia galera, con la vita in frantumi. Si era dannato l’anima aspettando che un po’ di grasso colasse anche per lui. Invece respirava polvere, raccoglieva disprezzo. Chiamò la guardia, disse: mi è venuta voglia di parlare.

Il Fatto Quotidiano, 4 settembre 2011