C’è stata un’epoca, circa quarant’anni fa, in cui un giovane, o meglio una certa categoria di giovane, non era tale se non viveva determinate esperienze. O, quantomeno, se non desiderava fortemente viverle. La più epica di queste esperienze era il viaggio a Oriente. Un viaggio rigorosamente via terra, con pochissimi mezzi economici, una larga disponibilità di tempo e una certa propensione per il consumo di droghe più o meno leggere.

Sulle orme dei figli dei fiori americani – ma anche dei Beatles, che in India avevano trovato nuove psichedeliche fonti d’ispirazione – orde di ventenni partivano dunque su pullmini scassati o su treni che avevano vissuto tempi migliori alla volta dell’India o addirittura del Nepal, lasciandosi alle spalle mamme piangenti e padri incazzati.

All’epoca, Luigi Guidi Buffarini non aveva l’età, nel senso che aveva già trent’anni, e poca o niente predisposizione per le droghe. Eppure, fu proprio lui a organizzare il viaggio che oggi racconta in un libretto delizioso che ha il sapore e l’odore e la musica di quegli anni: La lunga strada per Kathmandu – Quando gli hippies migravano a Oriente (Ignazio Maria Gallino Editore).

L’ingrediente che fa di questo diario di viaggio un godibilissimo viaggio nel tempo non è, come si potrebbe credere, la nostalgia ma una forte autoironia. Certo, un intervallo di quarant’anni dall’esperienza alla sua descrizione aiuta: lo scrittore di oggi non può che guardare con disincanto al ragazzo di ieri e ai suoi compagni d’avventura, anche se assicura che lo scetticismo che traspare dalle pagine è lo stesso con cui ieri affrontò l’impresa.

Del resto, un particolare differenziava nettamente il viaggio di Guidi Buffarini da quello dei giovani che all’epoca migravano a Oriente: “Secondo il linguaggio del tempo… ognuno aveva il suo trip: chi la religione, quasi sempre il pantheon indiano, ma anche il buddismo, chi la droga, chi il misticismo, chi la comunanza umana, quest’ultima un modo come un altro per entrare in rapporti più stretti con l’altro sesso”. Il trip dell’autore, o meglio lo scopo finale della lunga trasferta, era la stesura di una guida ragionata a uso degli hippies di ogni latitudine. Ed è proprio sulla scorta degli appunti presi per questa guida (poi effettivamente pubblicata con il titolo Viaggio all’Eden, ma mai tradotta all’estero, come l’autore confidava) che sono stati ricostruiti luoghi, alberghi, ostelli, prezzi dell’epoca. Ciò che invece Guidi Buffarini non poteva trovare negli appunti è lo spirito dei tempi, che ha però efficacemente ricostruito ripescando nella memoria gli episodi salienti e gli incontri strampalati avvenuti durante il viaggio.

Ecco dunque il “malgascio”, atletico esemplare di pelle nera, lingua francese e coltello facile, incontrato in un pulciosissimo albergo di Istanbul, che si aggrega alla compagnia (l’autore e altri due amici) fino al suo arresto, in Afghanistan, per traffico di stupefacenti, lo stesso reato per il quale era dovuto fuggire dalla Francia. E poi altri passeggeri paganti raccattati lungo la strada: l’americana Susan e la francese Francine, perennemente strafatte e fonti di innumerevoli guai, una coppia di inglesi ributtanti (lui viene chiamato “l’uomo delle spelonche”) e un’italiana, Grazia, dalla storia tragica.

Ma vero protagonista del racconto è il viaggio stesso, svolto a bordo di un furgoncino Ford Transit che l’autore, con un tantino di giovanile megalomania, battezza “Le roi des Belges”, come il battello che in Cuore di tenebra di Joseph Conrad percorre il fiume Congo alla ricerca di Kurtz.

Anche i nostri viaggiatori avevano il loro Kurtz da scovare in Nepal su incarico della mamma, una senatrice democristiana. E riuscirono pure a trovarlo a Kathmandu, alla fine del loro viaggio che aveva toccato Turchia, Iran, Afghanistan, Pakistan, India e, appunto, Nepal. “Non dirò the horror, the horror, sarebbe troppo scontato. L’orrore vero è quello di vivere in famiglia, almeno nella mia” dirà Giuliano-Kurtz ai suoi ritrovatori.

La cifra del racconto, si diceva, è l’autoironia: Guidi Buffarini prende costantemente in giro il suo io giovanile, anti eroe per eccellenza: “No, decisamente non ero il tipo del viaggiatore coraggioso e neppure tollerante: non sopportavo i disagi, non sopportavo il caldo, la sete, le cimici, la sporcizia, la stanchezza, fino al punto di non osservare ciò che mi stava intorno se non con l’occhio del sopravvivente. Anche adesso, sotto la volta del cielo stellato, sapevo che a guardarla con occhio distaccato l’alba rossa che si stava annunciando su quell’arido deserto mi sarebbe apparsa divina. Io, però, sarei stato pronto a scambiarla senza rimorsi con un bicchiere di acqua minerale ghiacciata con le bollicine”.

Il viaggio attraverso le “Porte della percezione” – quelle che danno il titolo al saggio di Aldous Huxley sull’esperienza con la droga e il nome al gruppo di Jim Morrison, i Doors – non ha mutato l’autore e i suoi compagni: “Per dirla con le parole di Huxley, non ci aveva molto mutato. Forse ‘Non tornavamo indietro più saggi, meno spocchiosi e neppure più felici’ … Per adesso tornavamo e questa, per il momento, era già una bella fortuna”.