Ci sono principi talmente ovvii che a nessuno salta in mente di declamarli; salvo che a quelli che ne traggono profitto. Così i delinquenti si fanno difensori della privacy: il corruttore se la prende con le intercettazioni e l’evasore fiscale con la pubblicità delle dichiarazioni dei redditi; e trovano anche un sacco di gente che gli sta dietro. Tre giorni fa ho partecipato a una trasmissione di Radio 24. C’erano il sindaco (leghista) di Varallo Sesia e un giornalista, Oscar Giannino. Si parlava di rendere pubblici i redditi dichiarati. Il sindaco era favorevolissimo e ha motivato la sua posizione in maniera intelligente e pertinente. Di quello che ha detto Giannino ho capito pochissimo, solo che era contrario: statalismo, giustizialismo, terrorismo, Stasi (la polizia segreta della Germania est). Di queste parole ho memoria; del senso complessivo del discorso meno. Ma una parola mi è rimasta impressa, anche per il disprezzo con cui la pronunciava: “delazione”. “In questo modo si vuole incoraggiare la delazione fiscale”, ha detto tutto arrabbiato. Ecco, qui ho capito tutto; e sono stato colpito da profonda depressione. Perché è stato evidente che, per Giannino e quelli come lui, l’evasione fiscale non è un delitto e nemmeno un comportamento immorale. Per questa gente chi denuncia l’evasione fiscale non è un cittadino onesto che fa il proprio dovere; è una spia, un “delatore”. Denunciare ai Carabinieri un ladro che ha rubato un’autoradio va bene; denunciare un evasore fiscale alla Guardia di Finanza o all’Agenzia delle Entrate è riprovevole, è una “delazione”. Naturalmente non c’è stato dibattito. Lui mi ha detto che dicevo sciocchezze e io ho spiegato come potevo la mia opinione; ma che gli dici a uno così? Resta il fatto che rendere pubblici i redditi dichiarati è proprio una buona cosa. Vediamo perché. L’art. 53 della Costituzione obbliga tutti a “concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva”. Ma l’obbligo non è osservato da un’importante maggioranza di cittadini. Il Ministero delle Finanze stima in 160 miliardi all’anno l’evasione fiscale. Siccome i lavoratori dipendenti e i pensionati non possono evadere perché le imposte sono trattenute alla fonte, se ne deve dedurre che l’evasione è praticata dai lavoratori autonomi e dagli imprenditori, il cosiddetto popolo della partita Iva.

La deduzione è avvalorata dal fatto che, sempre secondo i dati forniti dal Ministero delle Finanze (dichiarazioni 2010 relative al 2009), su 41.523.054 contribuenti, 20.870.919 sono lavoratori dipendenti, 15.292.361 sono pensionati e 5.359.774 sono “altri”, cioè il popolo della partita Iva. Già così si capisce che la quantità di cittadini che non presentano alcuna dichiarazione (e che non sono lavoratori dipendenti perché questi la dichiarazione la presentano per forza) è immensa. Ma il dato impressionante, che non permette dubbi quanto alla tipologia di gente che evade le imposte, è quello che riguarda il gettito Irpef, pari (per il 2010) a 146,5 miliardi di euro; pagato per il 93% dai dipendenti e dai pensionati (dipendenti 89,5 miliardi e pensionati 47,7 miliardi); e per il 7 % (9,2 miliardi) dagli “altri”. Quindi, che il popolo della partita Iva evada quasi 160 miliardi di euro all’anno, non è contestabile. Siccome questa evasione fiscale è endemica, nel senso che si ripete da anni; siccome proprio questo dimostra che il nostro sistema di accertamento e riscossione delle imposte è del tutto inefficiente; siccome siamo senza una lira e ci servono soldi; siccome più di tanto non si possono tagliare le spese sia perché dobbiamo restare un paese moderatamente civile, sia perché la spesa pubblica è (anche) un’importante leva economica e sociale; si deve trovare un sistema per recuperare l’evasione. Questo impone l’interesse pubblico. Come si fa? In tanti modi; ma qui ci occupiamo dell’ultimo: la publicizzazione dei redditi. Un’idea di Visco (correva l’anno 2008), ingiuriato e diffamato dalla destra tutta che però oggi, immersa nel guano fino al collo, la trova buona. E in effetti, buona è.

È ovvio che, se i redditi dichiarati sono resi pubblici, se l’evasione fiscale del singolo può essere percepita con facilità da chi lo conosce, testimoniata com’è dal contrasto tra reddito ufficiale ridicolo e tenore di vita elevato, per ciò solo le dichiarazioni saranno più “prudenti”.

Inoltre gli evasori si troveranno esposti alle denunce di chi, magari per pura invidia, non intende consentirgli questi illeciti privilegi; e anche questo costituirà una spinta all’onestà fiscale. E poi, come diceva il sindaco di Varallo Sesia, si metterebbe fine agli abusi: asili nido, mense, assistenza sanitaria gratuita, tutto indebitamente utilizzato; per di più sottraendolo a chi ne ha davvero diritto. Infine il Fisco potrà smetterla di sperperare le sue risorse in presunte evasioni da quattro soldi o in verifiche su grandi imprese che si concludono con una manciata di “irregolarità formali”; e potrà dedicarsi a obbiettivi “mirati”. Insomma, si recupereranno soldi e si impedirà ai cittadini disonesti di vivere alle spalle degli altri. C’è qualche dubbio sulla prevalenza dell’interesse pubblico, accertare e sanzionare l’evasione fiscale, recuperando quanto dovuto, su quello privato, la pretesa privacy del proprio reddito? Soprattutto con il paese sull’orlo della bancarotta? No, naturalmente. Ma quanti Giannino ci sono in Italia? E poi c’è sempre il problema della scadenza elettorale: gli evasori sono tanti, come si è visto; e votano.

Il Fatto Quotidiano, 3 settembre 2011