Angelino Alfano, 4 giugno 2011: “Primarie per tutti”
Angelino Alfano, 3 settembre 2011: “Primarie inutili”

In molti avevano avanzato dubbi sulla rilevanza politica della nomina di Angelino Alfano a segretario del Pdl. L’investitura di Berlusconi, che lo aveva anche lanciato alla premiership, aveva ulteriormente insospettito: chi comanda il partito? E chi è il leader?

I più fiduciosi, però, sottolineavano che Berlusconi ha rinnovato la classe dirigente di centrodestra e lo ha fatto due volte: nel 2008, nominando cinque ministri sotto i 40 anni (lo stesso Alfano, Fitto, Gelmini, Carfagna, Meloni) e quest’anno, nominando il più giovane segretario di partito in Italia.

La retromarcia sui meccanismi di generazione della leadership nel partito e nella coalizione di centrodestra non ha nessuna ragione politica contingente. In questi 90 giorni sono emerse più voci nel Pdl, molte delle quali chiedevano quantomeno di confrontarsi a cielo aperto, di discutere, di misurarsi col consenso.

Se Alfano fosse un segretario di partito autonomo e una reale sintesi delle voci dei suoi massimi dirigenti, avrebbe dovuto mantenere la posizione, magari guadagnando tempo, ma di sicuro non distruggendo l’istituto delle primarie.

A sinistra, proprio in questi giorni, si torna a parlare di primarie e di candidati e sulla Rete gli elettori ne discutono, si appassionano, si incazzano; comunque si informano e preparano il substrato necessario a vincere le elezioni. Le primarie, se non si fanno a destra, restano un vantaggio competitivo incredibile per la sinistra, altrimenti l’effetto democratico sarebbe stato in qualche modo ‘neutralizzato’, come accade negli Stati Uniti.

E invece, evidentemente, non decide lui, decide Berlusconi. Come sempre, dirà qualcuno. Da ministro per la Giustizia ha agito, sostanzialmente, da recettore di indicazioni altrui. Dopo settimane di elogi bipartisan, Alfano è stato sistematicamente delegittimato. Dal premier e dai suoi. Sulle pensioni, sui rapporti con la Lega, sulla ricerca di un comportamento dialogante. E non ha mai reagito, forse per deferenza o forse perché sa di essere segretario per meriti non del tutto suoi.

A questo punto però, c’è da chiedersi: quanto conta l’età in questa storia? Quanto sono autonomi i ministri più giovani? Basta raccogliere un po’ di cronache giornalistiche di questi anni: la Gelmini dipende da Tremonti; Fitto è il delfino di Berlusconi; sulla Carfagna si specula ampiamente; la Meloni è evidentemente sottoesposta, pur essendo il ministro ‘giovane’ che ha probabilmente il maggior consenso personale.

Inizio ad avere il sospetto che i giovani in politica siano accettabili solo se sono disposti a ricevere ordini, a restare zitti, a perdere partite impossibili, al racchiudersi nel recinto correntizio delle giovanili.

Gli under40 (18 milioni di elettori) devono iniziare a porsi un problema generazionale e a conquistarsi, con il voto, il consenso, la democrazia, l’accesso alle posizioni della politica che altrimenti non vedranno mai.