I contadini insegnano che prima di seminare bisogna predisporre la terra. Il governo ha bisogno di fare cassa, così dopo 16 anni dal referendum sulla privatizzazione della Rai (il 54,9% degli italiani votarono a favore), qualcuno se ne è ricordato, dimenticando però che da oltre 17 anni il terreno (mercato televisivo) non è stato arato ed è pieno di sterpaglia e immondizia: un conflitto di interessi che non ha paragone al mondo, una legge di sistema (la Gasparri) che è la negazione del pluralismo.

Oggi, privatizzare il servizio pubblico, senza rendere il mercato autonomo, significa semplicemente svendere la Rai con il rischio (reale) che finisca in mano all’amico dell’amico. Quanti sono gli imprenditori disposti a pagare milioni e milioni di euro per costruire una tv, sapendo di entrare in un mercato pubblicitario che più condizionato di così è impossibile? Come aveva dimostrato Sabina Guzzanti in Raiot (2003, Rai3), gli inserzionisti, da quando B. è entrato a palazzo Chigi, hanno spostato buona parte degli investimenti pubblicitari sulle reti Mediaset, a prescindere dall’ascolto. Per questo De Benedetti (gruppo Repubblica-l’Espresso), che da anni possiede frequenze nazionali, non ha costruito una tv generalista o di informazione.

Come va la tv in Italia, lo si è appreso direttamente da Stella (il capo de La7), quando ha giustificato il mancato accordo con Santoro: “Non abbiamo chiuso il contratto perché lui pretendeva libertà assoluta”. Mi pare il minimo per un giornalista. Questo fa nascere un dubbio: non è che per poter lavorare nella tv della Telecom è obbligatorio firmare la “clausola Santoro”? Cioè autonomia solo dopo l’assenso dell’editore previa presentazione della scaletta o dei testi del programma. Neanche Masi in Rai è arrivato a tanto.

A proposito di privatizzazione della Rai, fa sorridere Formigoni quando dice che è l’unico modo per sottrarla ai partiti: lui, che in Lombardia ha fatto della Rai un suo feudo. Quando ho letto sul Corriere della Sera l’intervento di Pierluigi Battista a favore della privatizzazione, inteso come “una mela al giorno toglie il medico di torno”: fine del conflitto, fine della macchina del consenso, inizio della concorrenza, ho pensato che straordinario autore di satira sarebbe stato l’ex vicedirettore del Corriere. “Con la privatizzazione ci guadagnerebbe la libertà di stampa, il pluralismo dell’informazione, la professionalità degli ottimi giornalisti Rai…”. Da che pulpito. Ricordo che nell’ultima puntata del programma tv di Battista, Batti & Ribatti (che non ha mai pagato i diritti d’autore a Enzo Biagi), intervenne B. che in un imperdibile monologo ci illustrò che anche Reagan aveva fondato tutta la sua politica sul taglio delle tasse. Che cult!

Il Fatto Quotidiano, 31 agosto 2011