Hanno risposto all’appello in parecchi, ma ne mancano molti altri. Una mezza dozzina di segretari provinciali e comunali del Pd dell’Emilia Romagna, tutti di area romagnola (Alberto Pagani, segretario provinciale Pd di Ravenna; Marco Di Maio, segretario di Forlì; Fabrizio Castellari segretario provinciale di Imola; Daniele Zoffoli segretario provinciale di Cesena; Emma Petitti segretario comunale di Rimini e Marco Agosta, coordinatore dell’esecutivo provinciale di Rimini) chiedono a gran voce di tutelare il loro partito dagli attacchi della destra e lo fanno tramite un appello pubblico dove invocano l’allontanamento di ogni possibile ombra sull’onestà nell’operato del Pd.

“Cittadini e militanti del Pd ci chiedono di assumere ogni iniziativa utile a tutelare l’integrità del nostro partito, allontanando ogni ombra e mettendo al primo posto la questione morale, la buona politica, la trasparenza: noi pensiamo che se qualche esponente del Partito Democratico sbaglia, deve pagare al pari di ogni altro cittadino”. Una presa di posizione politica netta in merito alle vicende giudiziarie di questi giorni che hanno visto coinvolto Filippo Penati a Milano e tirato in ballo il Consorzio Cooperative Costruzioni del modenese Omer Degli Esposti per il presunto giro di tangenti nella riqualificazione dell’area ex Falck di Monza.

“Con la stessa forza però chiediamo che il partito reagisca compatto a questa ignobile aggressione politica a Bersani e a tutto il Pd. Il gioco è fin troppo scoperto”, continua l’appello, “Bersani è oggi il candidato forte che il centrosinistra può mettere in campo per la guida del Governo alle future elezioni. Il Partito Democratico oggi rappresenta l’unica reale alternativa al berlusconismo ed è per questo che la destra cerca di colpirci. Noi non invocheremo mai legittimi impedimenti, complotti della Magistratura o trattamenti di favore. La Magistratura indaghi, Penati faccia un passo indietro e rinunci alla prescrizione. Siamo un partito di gente onesta con un gruppo dirigente di persone perbene”.

Un comunicato venuto in mente a Pagani che ha subito avvisato e coinvolto Di Maio e successivamente tutti gli altri firmatari. Appello anticipato da dichiarazioni pressoché identiche del sindaco di Ravenna, Matteucci, ma che, a conti fatti ha visto solo i segretari romagnoli, da Imola a Rimini, siglare il testo. E se è vero che non ci sono frizioni all’interno del Pd emiliano-romagnolo, come si è affrettato a sottolineare Pagani, perlomeno viene da credere che ognuno vada per conto suo. Perché non diramare un comunicato congiunto con la parte emiliana del partito?

A gettare acqua sul fuoco è ancora Pagani che ha spiegato: “L’idea del comunicato congiunto è capitata casualmente. In Romagna non facciamo repubblica a parte, solo condividiamo molti progetti che sono squisitamente locali, come quello della Provincia unica, dell’area vasta per la sanità e di questi non abbiamo motivo di discutere con Parma o Piacenza. Come spesso accade per tali progetti – ha concluso Pagani – ho parlato con Di Maio e, commentando la vicenda di Penati, abbiamo deciso assieme di coinvolgere gli altri colleghi del partito coi quali più spesso abbiamo rapporti”.

Dall’altra parte del Santerno arriva un breve commento del segretario regionale del Pd Stefano Bonaccini che dell’iniziativa non ne sapeva nulla, ma che in via ufficiosa lo sottoscrive. Mentre Raffaele Donini, segretario provinciale del Pd bolognese, a sua volta rassicura: “Dell’iniziativa non ne ero a conoscenza, ma sia io che Bonaccini possiamo testimoniare che il clima tra noi omologhi segretari di Provincia è di grande familiarità. La questione del comunicato “romagnolo” la derubrico come disguido organizzativo e al contempo ne condivido il contenuto: bisogna fare pulizia all’interno del partito. E dirò di più. Innanzitutto vorrei che Penati rinunciasse alla prescrizione, poi aggiungo che la commissione interna al partito fa bene a tutelare la nostra onorabilità di fronte a comportamento lesivi dell’etica pubblica e a comportamenti “disinvolti” nella pubblica amministrazione”.

di Enrico Bandini e Davide Turrini