Terminata la pausa estiva, l’Università di Bologna si risveglia dal torpore agostano con un nuovo statuto dall’inchiostro ancora fresco e tutto da concretizzare. La costituzione approvata il 27 luglio scorso si limita a dare disposizioni generali, ma ha bisogno di una serie di regolamenti e passaggi per entrare pienamente a regime. E prima di toccare con mano i risultati di questa rivoluzione bisognerà aspettare almeno fino al 2013.

Per l’ateneo si profila un complesso e delicato iter burocratico, costituito da varie tappe. La prima fa sosta a Roma. Il nuovo documento infatti deve passare prima di tutto il vaglio del ministero dell’Istruzione. Questo ha tempo 120 giorni per esprimersi, formulare un giudizio e imporre eventuali modifiche. Solo una volta ottenuto il via libera, lo statuto bolognese verrà pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale, diventando a tutti gli effetti operativo.

Nel frattempo a Bologna, la macchina per la riorganizzazione dei dipartimenti è già partita: i professori hanno tempo fino al 16 settembre per proporre il loro nuovo dipartimento di riferimento. Le regole firmate a fine luglio prevedono 33 dipartimenti, ciascuno formato da almeno 50 tra professori e ricercatori, con il compito di gestire sia l’attività didattica sia la ricerca.

L’altro passaggio cruciale sarà poi lo scioglimento degli attuali organi accademici, con la conseguente pianificazione delle nuove elezioni. Già nella prossima primavera l’ateneo potrebbe essere chiamato a votare i componenti del nuovo Senato accademico, senza il quale sarebbe impossibile nominare il Consiglio d’amministrazione. Secondo quanto scritto nello statuto, dal prossimo anno il Senato sarà formato da 35 componenti e rappresenterà una sorta di “parlamento” dell’università, dotato di potere più consultivo che decisionale. Avrà la facoltà di esprimere pareri obbligatori al CdA su materie come la didattica, la ricerca, il bilancio, i servizi agli studenti, e l’attivazione o la soppressione di corsi.

A conti fatti, quindi, per ora l’unico effetto immediato e visibile rimane l’estensione del mandato del rettore Ivano Dionigi, che resterà in carica fino al 2015 (sei anni non rinnovabili).

Difficile però che i tempi lunghi riescano a raffreddare i malumori interni. L’Intersindacale, già promotrice del referendum autogestito di giugno, si sta preparando a una nuova stagione di proteste. “I lavoratori della conoscenza sono ora chiamati a dare attuazione a un ordinamento in cui non si riconoscono, e questa è senza dubbio la situazione peggiore in cui si possa svolgere un lavoro intellettuale – si legge sul sito del collettivo dei Docenti Preoccupati, uno dei più attivi animatori del fronte anti-statuto – per questo, le organizzazioni e le sigle che aderiscono all’Intersindacale non daranno mai il loro appoggio, per il futuro, alla candidatura elettiva nei vari Organi dell’Ateneo di quelle persone che hanno provveduto alla stesura del nuovo Statuto. Chi ha contribuito al processo di approvazione – avverte il collettivo – ne porterà per sempre la responsabilità e le conseguenze”.