Da 60 giorni sono in sciopero con un presidio davanti alla fabbrica, da ieri aspettano a Roma con un sit-in di fronte alla Camera dei deputati l’incontro di oggi pomeriggio con governo, sindacati e Fiat. In 695 rischiano il posto di lavoro più gli operai dell’indotto (quasi 2 mila). Sono i lavoratori dell’Irisbus, azienda del gruppo Iveco, galassia Fiat. Lo stabilimento di Flumeri, in Valle Ufita, provincia di Avellino, rischia la chiusura.

Unica realtà produttiva italiana che realizza autobus, la Fiat ha deciso di dismettere cedendo l’impianto, con trasferimento del ramo d’azienda ad una società molisana, la Itala Spa, con la previsione di una consistente riduzione del personale (si parla di 250 persone confermate) e un cambio di produzione con la realizzazione anche di componentistica per suv. E’ l’unica soluzione prospettata dal lingotto, altrimenti – è emerso negli incontri preparatori del vertice di oggi pomeriggio – partiranno le lettere di cassa integrazione straordinaria per chiusura dell’attività.

I lavoratori temono per il loro futuro e sulle garanzie offerte dal possibile acquirente. Itala Spa è una società del gruppo Di Risio (Massimo detiene il 95%, Giancarlo il 5%), imprenditori impegnati con Dr Motor (stessa la sede delle due aziende) nel settore automobilistico con la produzione di Suv in Molise, con componenti meccanici cinesi. La Itala Spa ha un capitale sociale di 120 mila euro, registrata nel luglio 2011, nata poco prima dell’operazione Irisbus. “Vogliamo certezze – spiegano gli operai – Fiat può andare via, ma doveva coinvolgere altre realtà imprenditoriali che potessero offrire garanzie di continuità, lo stabilimento ogni giorno costa 70 mila euro e dovrebbe andare nelle mani di una società che ha un capitale sociale di 120 mila euro, come garantiranno i Tfr in caso di fallimento? Abbiamo il diritto di chiedere risposte e continuare la lotta”. Lo stesso gruppo Dr Motor aveva già mostrato interesse per l’acquisizione dello stabilimento Fiat di Termini Imerese.

I lavoratori Irisbus chiedono una soluzione certa, visto che nell’accordo preliminare, Itala Spa avrebbe l’obbligo di non cedere il controllo del ramo d’azienda solo per i prossimi cinque anni. “Noi sappiamo fare gli autobus – racconta un operaio – la Fiat a febbraio di quest’anno ha concluso una dispendiosa ristrutturazione dello stabilimento, ora perché vuole cedere?”.

“Il lavoro e le commesse ci sono – continuano i lavoratori – la Fiat non può chiudere il nostro stabilimento spostando la produzione in Francia e soprattutto in Repubblica Ceca, dove la manodopera costa di meno. Il governo dovrebbe chiedere conto di questo comportamento, vietando al gruppo torinese di partecipare alle gare per commesse in Italia”.

Per Paolo Ferrero, segretario di Rifondazione comunista “la situazione è vergognosa. Fiat ha preso valanghe di soldi per aprire stabilimenti nel mezzogiorno e adesso gioca sul fatto che i lavoratori all’estero costano meno”.

Già ad inizio anni novanta, lo stabilimento Irisbus ha vissuto un periodo di crisi, in quell’occasione rispondendo ad una interrogazione parlamentare, il ministero dell’economia snocciolò gli ‘aiuti’ concessi per aprire l’impianto: “In relazione ai contributi in conto capitale concessi ed erogati dallo stato in base alla legge n.219 del 1981 per i danni provocati dal terremoto in Irpinia, si precisa che all’Iveco è stata riconosciuta la somma complessiva di lire 9 miliardi e 834 milioni”. Di terremoto in terremoto, di finanziamento in finanziamento. Anche il gruppo Dr Motor ha avuto dalla regione Molise, dopo il sisma che ha colpito quel territorio, nell’ambito dei fondi per la ripresa economica, 5 milioni di euro per lanciare sul mercato il suv cinese con il cuore molisano.

I lavoratori Irisbus chiedono l’intervento urgente del governo che oggi, al ministero dello sviluppo economico, dovrebbe partecipare dopo l’assenza nei tre vertici precedenti. L’esecutivo potrebbe proporre il piano Fiat di dismissione, i sindacati dovrebbero ascoltare. La soluzione è ancora lontana, per il momento si profila un nuovo periodo di cassa integrazione per i lavoratori, unico modo per scongiurare nell’immediato la chiusura. “Noi siamo pronti a tutto – concludono i lavoratori – anche ad occupare lo stabilimento”.