Paolo Scaroni, si sa, è uno che non ama perdere tempo. Specialmente quando in ballo ci sono i destini dell’Eni, il colosso degli idrocarburi di cui è amministratore delegato da sei anni a questa parte. E così, in ossequio alla tempestività, il numero uno del cane a sei zampe non si è fatto attendere volando in quel di Bengasi, Libia, per siglare il primo accordo di massima con il consiglio transitorio del Paese. Un vero e proprio “veni, vidi, vici” per la corporation della Penisola che nello spazio di poche ore ha ottenuto quello che voleva: sì allo scambio benzina per petrolio, sì alla valutazione tecnica degli impianti e sì, in prospettiva futura, alla riattivazione del gasdotto Greenstream, responsabile della fornitura di gas dalla Libia alla Sicilia. Una giornata di festa, insomma, che in borsa si è tradotta in un guadagno di 2,5 punti percentuali per il titolo Eni.

Nulla di scandaloso, per carità, l’Italia cerca le sue forniture e la Libia promuove, legittimamente, il suo rilancio economico post bellico. Ma in ogni caso fa una certa impressione assistere a una corsa al contratto che si materializza prima ancora delle fine delle ostilità. Anche se a ben vedere, in realtà, nel panorama della transizione libica, quello che vede protagonista la multinazionale italiana non è certo un caso isolato.

“Mentre Gheddafi cade, le grandi compagnie britanniche si mettono in coda per rientrare in Libia” titola oggi il Guardian evidenziando la frenesia del momento. “Nella confusione della guerra” prosegue il quotidiano londinese, “le società del settore ingegneristico e petrolifero stanno già tentando di riattivare i contatti con il consiglio nazionale di transizione”. Tra queste, si specifica, meritano una segnalazione particolare alcune major come la Weir Group e, soprattutto, il colosso dell’oro nero BP che, dopo i contraccolpi finanziari del disastro ecologico nel Golfo del Messico, aveva iniziato a ricostruire le proprie fortune attraverso lo sviluppo di nuovi progetti in Libia. Un programma che la guerra aveva bruscamente interrotto costringendo la corporation britannica a levare le tende in fretta e furia nel febbraio di quest’anno.

Le vicende di BP costituiscono un caso emblematico delle dinamiche di riattivazione delle relazioni economiche del Paese nordafricano. Relazioni fondamentali per il necessario rilancio dell’economia libica. Ma che, al tempo stesso, sembrerebbero dover replicare i medesimi rapporti di scambio costruiti in passato dai governi occidentali quando l’unico interlocutore disponibile non era altri che l’odiato colonnello.

Ma facciamo un passo indietro. Allo scoppio delle ostilità, BP stava conducendo importanti esplorazioni petrolifere nel Golfo di Sirte nell’ambito di un’operazione benedetta l’estate precedente dallo stesso dittatore libico. Il nulla osta era stato concesso a quasi un anno di distanza da un evento che molti osservatori avevano interpretato con sospetto: la scarcerazione, per motivi “umanitari”, di Abdelbaset Ali Mohmed Al Megrahi, la mente della strage di Lockerbie. Condannato all’ergastolo per quell’attentato al volo PanAm 103 (precipitato in Scozia nel dicembre del 1988 provocando la morte di 270 passeggeri di cui 189 americani), Megrahi era stato riconsegnato alla Libia dopo una diagnosi di cancro allo stato terminale. Una decisione che non piacque per nulla a Washington.

L’estate scorsa, il senatore democratico del New Jersey Frank Lautenberg accusò apertamente BP di aver contribuito al rilascio del terrorista libico facendo pressioni sul governo di Londra e lamentando come l’eccessiva lentezza delle trattative sulla liberazione del terrorista libico stesse danneggiando gli interessi commerciali del Paese. Il portavoce di BP Andrew Grovers negò qualsiasi intervento “diplomatico” della compagnia ma ammise la veridicità delle lamentele. E tanto bastò per alimentare i sospetti statunitensi sull’esistenza di una trattativa di rilascio con tanto di contropartita commerciale. “E’ scioccante – dichiarò Lautenberg – anche solo contemplare l’ipotesi che BP stia traendo profitto dal rilascio di un terrorista che ha le mani imbrattate del sangue di 189 americani”.

A un anno di distanza Megrahi, di cui si erano nel frattempo perse le tracce, è stato ritrovato dal corrispondente della Cnn Nic Robertson che ha scovato l’ex terrorista in un letto d’ospedale in stato comatoso e legato indissolubilmente a un respiratore. L’ex agente dei servizi segreti di Gheddafi, insomma, starebbe per morire seppure con un certo ritardo rispetto ai pronostici dei medici britannici che, al momento della scarcerazione, gli diedero appena qualche mese di vita.

Bp, intanto, si prepara al gran rientro ipotizzando un investimento da oltre mezzo miliardo di sterline in una nuova joint venture con la Libia che, scrive ancora il Guardian, dovrebbe garantirle da contratto il 19% dei ricavi totali sulle future produzioni di gas e petrolio. Un’ulteriore beffa per gli americani che proprio in questi giorni si sono visti rifiutare (ma questo è obiettivamente comprensibile) l’estradizione del moribondo da parte del Consiglio di transizione. Eppure, nonostante tutto, Washington non sembra comunque intenzionata a danneggiare in alcun modo gli interessi di Tripoli e Londra.

Nei giorni scorsi, l’Office of Foreign Assets Control (Ofac) statunitense ha sbloccato gli assets del fondo speculativo (hedge fund) britannico FM Capital Partners nel quale erano confluiti circa 1 miliardo di dollari di capitali libici. Il via libera apre così la strada alla ripresa delle attività finanziarie dei fondi di Tripoli la cui capitalizzazione complessiva, stima il quotidiano The Independent, ammonterebbe a circa 168 miliardi di dollari. Proprio Fm Capital era stato in passato la testa di ponte delle operazioni di Gheddafi nella City londinese. Operazioni avviate ufficialmente proprio nell’agosto 2009, in coincidenza, guarda caso, con la liberazione di Megrahi. In quegli stessi giorni, il fondo sovrano libico realizzò il primo investimento immobiliare nella capitale britannica acquistando due edifici in pieno centro per la modica cifra di 275 milioni di sterline. Nel corso del 2010, l’interscambio commerciale Londra-Tripoli sarebbe cresciuto del 51%.