Oggi dedico lo spazio di questo blog per ospitare la interessantisima corrispondenza dalla città tunisina di Sousse di Daniele  Viotti , giovane studioso e organizzatore sociale torinese, con il quale capiterà ancora di collaborare per esplorare alcuni aspetti delle realtà che ci sono vicine e poco conosciute.

Sousse
è la città in Tunisia con la più alta presenza di profughi libici. Gente che ha lasciato tutto, si è portata via solo le poche migliaia di dinari, dollari o euro che avevano in casa, è salita sulla sua macchina (in genere macchinoni americani, giapponesi o tedeschi da diverse decine di migliaia di euro) e ha passato la frontiera.

A Sousse hanno occupato la piazza centrale della città, Place Sidi Boujaffar. Hanno messo un gazebo, vendono gadget (niente di particolare: i soliti portachiavi, accendini, t-shirt) con la nuova bandiera dei
ribelli e fanno festa tutte le sere. Si ritrovano dopo le 19 (quando finisce il Ramadan), fanno cena insieme e soprattutto fanno festa: canzoni, deejay, speacker, urla, e costante collegamento facebook con i ribelli che combattono in patria.

Hanno anche tanta voglia di parlare con gli stranieri, di spiegare la loro condizione e di raccontare come si viveva in Libia con Gheddafi. E di come si era costretti anche a subire le sue ingiustizie e i suoi soprusi. E purtroppo c’erano ben poche possibilità di difesa davanti alle ingiustizie e ai soprusi. Soprattutto per un popolo a cui era negata anche l’istruzione. “Gheddafi ci ha reso un popolo senza cultura. Forse siamo la nazione del Nord Africa con la più bassa scolarizzazione” dice Abe Salem un ragazzone di 32 anni che in Libia faceva il rappresentante di prodotti cosmetici. “Re Idriss aveva molto a cuore la cultura del suo popolo – continua Abe Salem – Le donne studiavano. Gheddafi, anche se non ha formalmente chiuso scuole o università, ha di fatto reso impossibile istruirci. Così tutta la classe dirigente che c’era nel nostro paese arrivava da altri paesi: Francia, Italia, Tunisia.

Certo la libertà politica, la libertà per le donne ma soprattutto c’è da parte di molti la necessità di costruire una società che sia libera anche in economia. Muahalla ha 49 anni e in Libia era titolare di una agenzia di viaggi. Lavorava tanto con i viaggi d’affari degli stranieri. Soprattutto italiani. O almeno cercava di farlo. Perchè “nei momenti in cui Gheddafi decideva che gli italiani erano nemici se io prenotavo un intero hotel i suoi uomini parlavano con i proprietari e li costringevano a disdire la mia prenotazione. Cosa che io scoprivo solo nel momento in cui portavo gli ospiti all’albergo. Ovviamente dopo aver già pagato e senza possibilità di aver indietro i miei soldi.

Aspettano tutti il momento di tornare in patria, aiutati dai “fratelli tunisini” che affitta loro case e stanze a poco prezzo. Aiutati dalla Croissant Rouge (la Mezzaluna Rossa) locale. E i fratelli tunisini aiutano tutti. Anche quei libici che appoggiano Gheddafi e che sono comunque scappati dalla guerra. Perchè le persone sono come le dita della mano: tutte diverse ma tutte utili. Come ci spiega attraverso un proverbio tunisino Saabi un ventottenne di Sousse che si è dato disponibile a fare da speacker tutte le sere al gazebo fino a che non comincia la vera festa.

Perchè la vera festa è il carosello di auto che comincia tutte le sere a mezzanotte e va avanti fino alle tre del mattino. Un carosello come quelli che facciamo noi quando vince l’Italia. Tutti in auto con le
bandiere e via a girare e dare di clacson all’infinito. O meglio fino alle tre di notte quando si può fare l’ultimo pranzo del ramadan.

E noi riusciamo finalmente a dormire o a pensare alle parole di speranze che ci ha lasciato Nahla una bella diciassettenne libica tra le più attive nel gestire il gazebo: “Io voglio una Libia diversa. In cui le donne abbiano più potere e in cui i miei figli possano studiare per difendere la loro libertà e aiutare la Libia più di me.”

di Daniele Viotti