Una vera guerra per il petrolio. E’ quella che rischia di scoppiare tra ciprioti greci e ciprioti turchi. Le due comunità, formalmente divise in due stati diversi, si contendono il primato delle trivellazioni al largo della costa est dell’isola, in pieno Mediterraneo. L’annuncio delle autorità della Repubblica di Cipro, con popolazione di origine greca e membro dell’Ue, dell’inizio di alcune esplorazioni ha scatenato un terremoto tra le due anime del Paese. Con Cipro Nord, la parte turca, pronta ad erigere le barricate.

Le trivellazioni lungo la costa sud-est, quella che guarda verso Israele, dovrebbero iniziare il prossimo ottobre grazie a un accordo stretto dal governo di Nicosia con la compagnia americana Noble Energy. “Stiamo valutando cosa succederà in caso venisse trovato del petrolio, ma non è nostra intenzione monopolizzare eventuali risorse a nostro esclusivo beneficio”, ha messo le mani avanti Salon Kassinis, direttore di Cyprus Energy Services. Ma la parte turca dell’isola e lo stesso governo di Ankara non se la sono bevuta, visto che hanno già invitato gli Stati Uniti a frenare la Noble Energy e minacciato di avviare loro stessi delle trivellazioni esplorative. “Inizieremo noi a trivellare offshore se Nicosia non rinuncerà ai suoi piani”, ha detto Kudret Özersay in rappresentanza del leader di Cipro Nord Derviş Eroğlu.

Insomma una corsa all’oro nero che rischia di avere come unico risultato sicuro il naufragio dei negoziati tra le due anime dell’isola, separate in casa dal lontano 1974. La Repubblica di Cipro, ufficialmente riconosciuta dalla comunità internazionale e membro dell’Ue dal maggio del 2004, occupa circa il 60% della piccola isola (9.250 chilometri quadrati) e da sempre considera la parte turca come una “illegittima occupazione militare”. La parte nord dell’isola, invece, si autodefinisce “Repubblica Turca di Cipro del Nord” ed è riconosciuta solo dalla Turchia, che la presidia con circa 40mila soldati. Proprio questa “occupazione” costituisce uno degli argomenti contro l’ingresso della Turchia in Europa, oltre agli irrisolti mancati progressi democratici e giudiziari che tengono al palo da anni i negoziati con Bruxelles.

Adesso la guerra del petrolio rischia di far traboccare il vaso di una convivenza sempre più forzata e di affossare definitivamente i negoziati, paralizzati da oltre tre anni, che dovrebbero riunificare il Paese in una federazione. Anche l’Onu ha espresso “seria preoccupazione” per il colpo di grazia che la disputa sul petrolio potrebbe assestare al delicato equilibrio dell’isola. Secondo il rappresentante Onu sull’isola Alexander Downer, “c’è ancora molto da fare, specie se le trivellazioni riveleranno effettivamente la presenza di petrolio sotto il fondale marino”.

“La Repubblica di Cipro non è assolutamente tenuta a negoziare con i ciprioti turchi”, sostiene l’editorialista Şener Levent sulle colonne del quotidiano Politis, secondo cui Cipro Nord si trova già in una posizione di illegalità. “Hanno fondato il loro Stato e lo vogliono conservare a tutti i costi. Adesso pretendono diritti sull’eventuale petrolio che venisse trovato, mentre loro non permettono ai cittadini ciprioti nemmeno di avvicinarsi alla città, ormai fantasma, di Varosha”. Di parere opposto, neanche a dirlo, Ankara e la Turkish Petroleum Company.

A complicare ulteriormente la situazione ci pensa la posizione geografica dell’isola, a soli 70 km dalla Turchia, un centinaio dalle calde coste del Vicino Oriente e a circa 500 km dall’Egitto. Dal 2000, infatti, la Repubblica di Cipro ha tentato più volte di siglare accordi per esplorazioni petrolifere con gli Stati dall’altra sponda del Mediterraneo, in primis il Libano. Puntuale la gamba tesa della Turchia, che forte dei propri accordi commerciali con Paesi come Siria ed Egitto, ha sempre cercato di affossare questi tentativi. Adesso però la partita si gioca tutta sull’isola di Cipro, tra ciprioti turchi e ciprioti greci.