In fondo al tunnel della crisi europea non si vede la luce, ma solo la crescente rigidità della posizione tedesca, sempre più convinta di aver fatto fin troppo per i Paesi che non hanno rispettato i sacri principi del rigore fiscale. Mercoledì è sceso in campo niente meno che il capo dello Stato, Christian Wulff, che ha detto papale papale che gli acquisti di titoli di Paesi in difficoltà operati dalla Bce sono “giuridicamente discutibili”, in altre parole mettendo in discussione l’operato recente e futuro dell’istituzione di Francoforte.

Un’affermazione gravissima sul piano politico, ma non del tutto sorprendente. Basta leggere l’ultimo bollettino della Bundesbank per capire che Berlino dista ormai anni luce da quanti ogni giorno chiedono ai governi europei soluzioni coraggiose e condivise, a cominciare dagli eurobond, per porre fine a una spirale che rischia di travolgere l’intera costruzione monetaria e politica.

A quelle richieste la Bundesbank, sempre più arroccata nel suo integralismo monetario, risponde come il Vaticano di Pio IX: Non possumus” o, se preferite, abbiamo già dato, riferendosi al piano da 109 miliardi deciso il 21 luglio scorso per salvare la Grecia. Il guaio è che quel piano si è rivelato subito tardivo e insufficiente, come tutte le risposte precedentemente elaborate dalla politica europea. Non a caso proprio da quel giorno è cominciato il contagio verso Spagna e Italia e il tracollo in Borsa delle banche europee. Eppure la bocciatura dei mercati non smuove la posizione tedesca di un millimetro.

Con teutonica testardaggine, la Bundesbank insiste e lancia tre messaggi chiarissimi. Innanzitutto, ci dice che l’accordo di fine luglio “trasferisce rischi sostanziali ai Paesi che forniscono gli aiuti e ai loro contribuenti” e dunque contribuisce a rendere comuni all’intera area i rischi causati dai Paesi con finanza allegra. Dunque, aprite bene le orecchie: “Fintanto che le politiche fiscali verranno decise da governi democraticamente eletti a livello nazionale, i rischi e i pesi relativi saranno sempre più sopportati dalla Comunità in generale e dai Paesi finanziariamente solidi in particolare, senza essere adeguatamente controbilanciati da poteri concreti di intervento sulla sovranità delle politiche nazionali di bilancio”.

Di qui il primo messaggio: con il faticoso accordo del 21 luglio abbiamo tirato la corda del consenso tedesco al limite di rottura. Oltre non si andrà e la Bundesbank, direttamente e come componente del Sistema europeo di banche centrali, si adopererà in ogni modo per mantenere la sua posizione. Osserva inoltre la banca centrale tedesca che non è in discussione alcuna revisione dei trattati europei che affronti alla radice questo problema e dunque c’è il rischio concreto che alcuni Paesi aumentino ulteriormente il loro debito, indebolendo senza rimedio le istituzioni dell’unione monetaria, cioè la Banca centrale europea,“chiedendole di assumere un atteggiamento troppo accomodante”.

E qui c’è il secondo messaggio, ancora più chiaro e forte per Mario Draghi, rinforzato dal presidente tedesco in persona, caso mai gli fosse sfuggito qualcosa. Ma secondo le migliori regole, la coda è ancora più velenosa. Sostiene la Bundesbank che il salvataggio di Stati membri “è ancora scolpito nel trattato europeo” fino a quando non vi sarà una sostanziale “resa (surrender nel testo inglese) della sovranità fiscale dei singoli Paesi”. Insomma il terzo messaggio è ancora più minaccioso e suona più o meno così: arrendetevi alla disciplina tedesca e affidate a un’autorità centrale la politica di bilancio, sottraendola ai vostri governi e ai vostri parlamenti, oppure stringete la cinghia fino a quando avrete messo i conti in ordine.

Poco importa se la cura da cavallo imposta a una parte sempre più ampia dell’unione monetaria può causare una recessione che inevitabilmente si ripercuote sull’economia e sul sistema finanziario tedesco. Ancor meno importa che sia stata la Germania (insieme alla Francia) a ignorare in passato il sacro principio del trattato europeo che impedisce deficit pubblici superiori al 3 per cento. Senza fare neanche un plissé, come direbbe Jannacci, la Bundesbank, per bocca di Angela Merkel, richiede anzi che tutti i Paesi europei si impegnino costituzionalmente al pareggio di bilancio, come se questo bastasse a placare la tempesta e facendo finta che violare la Costituzione sia più grave di violare il trattato costitutivo dell’Unione europea.

Le ruvide certezze tedesche non sono sfiorate neppure dal sospetto che l’oltranzismo rischia sempre di essere scavalcato a destra. Nei giorni scorsi la Finlandia ha negoziato con la Grecia un accordo-capestro che impone la costituzione di riserve in oro e valuta a fronte del prestito ottenuto. Lunedì l’Olanda ha immediatamente dichiarato di voler seguire la stessa strada. Il prossimo chiederà un’ipoteca sul Partenone. E poi? Persino Moody’s ha dichiarato che l’Europa è ormai in chiaro conflitto di interessi quando tratta con la Grecia e gli altri Paesi in difficoltà.

Se le agenzie di rating pontificano sul conflitto di interessi, è segno evidente che siamo arrivati al fondo e le speranze di una risposta politica chiara e forte da parte dei governi europei sono ormai ridotte al lumicino. Come ha scritto Stefano Micossi su Voxeu.org, stiamo rischiando davvero di “perdere il paziente”. Ma è l’inevitabile risultato di una politica rigida che vuole solo la resa dei Paesi in difficoltà e anche senza l’onore delle armi. Se almeno Sarkozy si ricordasse, nei suoi incontri con Angela Merkel, cosa ha risposto il suo antenato Cambronne quando gli chiesero di arrendersi.

Il Fatto Quotidiano, 26 agosto 2011