Questa archiviazione dell’accusa di stupro per Dominique Strauss-Kahn è stata un po’ troppo frettolosa. E il modo nel quale la vicenda si è conclusa, lascia l’amaro in bocca. Lo stesso Dsk non dovrebbe essere troppo contento. Certo, meglio liberi e finalmente in territorio francese che nella prigione dell’appartamento milionario di Tribeca. Forse riprenderà la sua corsa verso l’Eliseo, ma il dubbio rimarrà: questa archiviazione ha un valore diverso da un verdetto di innocenza dopo la celebrazione di un regolare processo. “Tutte le vittime hanno diritto a un giusto processo” c’era scritto sul cartello di un contestatore fuori dal tribunale. È vero.

Ovviamente la presunzione di innocenza ha prevalso sulle incongruenze rilevate dallo stesso avvocato difensore di Dsk il quale ha ammesso che quello del suo cliente “è stato un comportamento inappropriato. Non un crimine, ma inappropriato. Che vuol dire? Non si capisce e non si saprà mai. Se la testimonianza della cameriera Ophelia non è stata ritenuta dalla procura credibileoltre ogni ragionevole dubbio, molti dubbi sono invece rimasti su cosa sia davvero accaduto quel giorno nella suite 2806 del “Sofitel” di New York. Non si saprà mai, e questo lascia appunto l’amaro in bocca.

Strauss-Kahn, che sulla carta esce come il vincitore, in verità non è riuscito a provare la sua innocenza. Se fosse andato in giudizio avrebbe potuto farlo. La procura ha chiesto l’archiviazione ma ha detto che probabilmente il rapporto sessuale con Ophelia “non fu consenziente”. Perché allora non procedere? Perché le prove non erano abbastanza, perché la presunta vittima si è dimostrata una bugiarda patentata, perché c’erano troppe incongruenze nel racconto, perché la prova del Dna non è sufficiente a provare la violenza. I dubbi quindi sono molti ma in questa vicenda c’è anche una certezza. Che senza i milioni della moglie e senza potersi permettere un “avvocato miracoloso” come Ben Brafman, il caimano del Foro che tirò fuori dai guai anche Micheal Jackson, il caso Strauss-Kahn poteva avere un altro epilogo.

Il Fatto Quotidiano, 24 agosto 2011