Adesso è chiaro che i presidenti dei club volevano lo scontro. Il voto schiacciante (18-2, soltanto Cagliari e Siena in posizione contraria) con cui l’assemblea della Lega di Serie A ha rigettato oggi pomeriggio l’ipotesi di accordo sul rinnovo del contratto collettivo di lavoro, scaduto da un anno, estingue ogni finzione. Le proprietà dei club avevano nel mirino non già l’articolo 7 (quello che dovrebbe impedire l’allenamento differenziato, imposto ai calciatori sgraditi), ma lo stesso istituto della contrattazione collettiva. L’hanno dimostrato vanificando persino il tentativo di mediazione da parte del presidente federale Abete, che stavolta ce l’aveva messa davvero tutta. E hanno persino mandato al macello l’inadeguatissimo Maurizio Beretta, eletto un anno fa per imprimere una svolta manageriale alla Lega e attualmente presidente uscente (da marzo è responsabile della comunicazione del gruppo Unicredit) ma non ancora uscito in mancanza di un sostituto. Giusto per dare un’idea di come funzionino le cose nella cosiddetta Confindustria del calcio.

I presidenti vogliono la deregulation. E forse l’otterranno, perché comunque l’Associazione Italiana Calciatori esce indebolita dalla vicenda. Il sindacato dei calciatori è stato troppo a lungo timido, ha reagito tardi, e soprattutto non ha saputo comunicare le proprie ragioni. Anche sulla questione del contributo di solidarietà da far pagare ai calciatori (che nulla c’entra col rinnovo dell’accordo collettivo, anche se i presidenti hanno fatto di tutto per associare le due partite e sfruttare il potenziale demagogico della cosa), l’Aic non ha saputo spiegare pubblicamente le proprie ragioni. Adesso il suo presidente, Damiano Tommasi, sarà costretto a proclamare uno sciopero che avrebbe voluto evitare in qualunque modo. Perché impopolare, e perché verrà motivato da una rivendicazione della quale al pubblico frega nulla.

Il giocattolo del calcio italiano sta per sfasciarsi definitivamente, e ciascuna delle parti dovrà prendersi il proprio pezzo di responsabilità e incapacità quando sarà il momento di attribuire le colpe.