Certo, il blues non è morto. Tanti artisti e non pochi festival provano a tenerlo in vita. Eppure, ora che scocca il 21esimo della sua scomparsa a 36 anni ancora da compiere, viene da credere che Stevie Ray Vaughan abbia posto fine anche all’epoca migliore di un genere.

Più che date, sono dissolvenze. La prima cade il 27 agosto 1990. Vaughan ha suonato nel Wisconsin con il fratello Jimmie, Eric Clapton, Buddy Guy e Robert Cray. È stanco, chiede a Clapton se può prendere il primo elicottero per Chicago. “Slowhand” acconsente, ignorando che con quel gesto avrà salva la pelle (ma non la musa, scomparsa più o meno quel giorno). Maltempo, scarsa esperienza del pilota: “Srv” se ne va in volo, come Buddy Holly e Ritchie Valens. Anzitempo, come i divi mitizzati. Avvolto da fatalità e mistero, come Robert Johnson, il chitarrista che vendette l’anima al diavolo in cambio di un suono unico e morì – avvelenato o chissà – a 27 anni. Lui, primo membro del club dei Jim Morrison e Kurt Cobain.

Vaughan era un bianco con voce da nero. L’unico a eseguire Jimi Hendrix – di cui era e resta primo erede – meglio dell’originale, come attestano le sue cover di Voodoo Child (Slight Return) e Little Wing. Texano, tossicodipendente, alcolizzato: virtuoso, oltremodo. Rolling Stone lo ha eletto settimo guitar hero di tutti i tempi, che non vuol dire niente ma rende l’idea della sua grandezza. Il disco d’esordio, Texas Flood, lo incise nel 1983 in pochi giorni, presa diretta e zero soldi. Lo aiutò Jackson Browne. I primi a notarlo furono Mick Jagger e David Bowie: dissero che uno così non lo avevano mai sentito. Dissero il vero.

La seconda dissolvenza è del 16 giugno 1987. Toronto, studi tv Cbs. Accanto a Vaughan c’è un 21enne. Suona da seduto. È sconosciuto al mondo, non a Toronto: lì è nato e per quello lo hanno chiamato. Cieco dall’età di un anno, per un retinoblastoma che lo ucciderà il 2 marzo 2008. Si chiama Jeff Healey e ha inventato una tecnica chitarristica inspiegabile. Talento puro. Vaughan attacca Look At Little Sister. Capelli lunghi, viso gonfio, gengive infinite e cappellaccio con penna. Healey lo segue, poi si alza e dà sfogo all’assolo. Vaughan lo osserva ammirato: non era abituato a duellare senza vincere in partenza.

Di lì a poco Jeff registrerà il fortunato See The Light. Seguirà strade laterali, frequenterà il jazz, si sposerà, avrà due figli. Per poi evaporare, a neanche 42 anni. Riguardata oggi, magari su YouTube, quella piccola esibizione canadese sembra ritrarre l’ultimo sorriso di due alieni bianchi in un pianeta di neri. Due anime salve, o forse vendute anch’esse al Diavolo, prima della caduta dell’impero povero del blues.

Il Fatto Quotidiano, 23 agosto 2011