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Israele e Hamas, raggiunta una fragile tregua

Nonostante lo Stato ebraico si sia affrettato a precisare che con il partito palestinese non ha firmato accordi "né direttamente né indirettamente", sullo sfondo della decisione pesa la volontà di non mettere in difficoltà il nuovo governo del Cairo dopo l'uccisione di sei agenti egiziani da parte delle truppe israeliane

Tregua. Ma non è un “cessate il fuoco” definitivo, si tratta soltanto di una “sospensione delle ostilità”, annunciano i Comitati di resistenza popolare, la fazione indicata da Israele come responsabile dell’attacco di giovedì all’autobus nella zona di Eilat, costato la vita a otto israeliani che ritornavano a casa dal Mar Rosso. Solo una “sospensione”, perché i Comitati rivendicano il “diritto alla resistenza”.

Tutti i gruppi armati palestinesi della Striscia di Gaza, dopo cinque giorni consecutivi di razzi sparati contro Israele (che ha risposto con una serie di raid aerei), avrebbero accettato quindi la tregua, compresa la Jihad islamica.

Al negoziato hanno partecipato anche funzionari dell’Onu e Israele avrebbe accettato dopo un vertice notturno dei ministri più importanti del governo di Benjamin Netanyahu. Dall’ufficio del primo ministro dello Stato ebraico si sono però affrettati a precisare: “Non firmiamo accordi con Hamas, né direttamente né indirettamente”, eppure pare che l’intenzione di Israele sia quella di un ritorno alla calma nelle prossime ore, soprattutto per non mettere in difficoltà il nuovo governo del Cairo. Ad avere successo sono stati gli sforzi della diplomazia internazionale, del nuovo Egitto senza Mubarak soprattutto, che, nonostante un’apparente intransigenza con Tel Aviv dopo i cinque agenti del Cairo uccisi da soldati israeliani in uno sconfinamento sul Sinai, ha lavorato sottotraccia per raggiungere la tregua fra Israele e le milizie palestinesi della Striscia di Gaza.

Una conferma dell’evoluzione positiva della crisi è arrivata dalla decisione dei responsabili della difesa civile in Israele di revocare totalmente lo stato di allarme in tutti i centri minacciati dai razzi di Gaza e di autorizzare la ripresa di eventi con ampia partecipazione di pubblico, come le partite di calcio nelle grandi città del sud.

Mentre a Gaza i portavoce di Hamas e dei Comitati di resistenza popolare confermavano di aver deciso di sospendere il fuoco contro lo Stato ebraico a condizione che quest’ultimo faccia altrettanto. Non si tratta però di un accordo formale, ma di una tacita intesa che durerà fino a quando le parti la vorranno rispettare. I Cpr, infatti, hanno tenuto a sottolineare che la tregua è solo provvisoria.

Gli sforzi della diplomazia hanno apparentemente contribuito alla decisione del gabinetto israeliano per la difesa di non lanciare un’offensiva terrestre contro i gruppi islamici a Gaza.

Sulla decisione del gabinetto ha apparentemente avuto un peso decisivo la volontà di non infiammare ulteriormente la piazza egiziana, per non indebolire la dirigenza politica al potere al Cairo in un momento in cui una parte dell’opinione pubblica chiede la revoca del trattato di pace con Israele del 1979: migliaia di egiziani hanno partecipato a manifestazioni davanti all’ambasciata israeliana al Cairo in seguito all’uccisione dei cinque agenti egiziani uccisi sul confine giovedì scorso. Sull’incidente è in corso un’inchiesta dell’esercito con la partecipazione di ufficiali egiziani. Israele comunque ha espresso con il ministro della Difesa, Ehud Barak, il suo rammarico per i soldati uccisi, ma, in attesa degli esiti dell’inchiesta, non ancora le scuse che il Cairo esige.