L’India è la nazione di sette principali comunità linguistiche (Hindi, Tamil, Telugu, Marathi, Bengali, Gujarati, Kannada) e di una lingua veicolare, l’inglese.

Interagire sul web, fino all’avvento dei traduttori Google, era complicato se non si conosceva l’inglese. Per questo motivo, i blog in lingua non erano molto numerosi. Ora, hanno avuto un’impennata, grazie alle donne. Come ha riportato il New York Times, sono migliaia le donne indiane che stanno facendo sentire la loro voce, nei loro idiomi nativi.

Nonostante la cultura e la tradizione indiana siano restrittive per le donne, queste, nei loro blog, non solo s’interessano di tutto (dalla letteratura alle cose di casa, dai problemi legali a quelli di cuore, e così via), ma si arrischiano a discutere e dibattere di temi “pericolosi”, come il divorzio, l’amore che si deve alle figlie femmine (di solito neglette e maltrattate) e la possibilità di lavorare (o di ritornare a lavorare) quando i figli sono cresciuti.

Temi forti in quel Paese, ma le indiane nella blogosfera si sentono estremamente libere di esprimersi e di considerarsi cittadine del mondo. Lo fanno con pienezza, con felicità e senza sensi di colpa. Come se la blogosfera fosse un altro pianeta. Questa loro attività è importantissima quale esempio per le altre, agevolata dalla circostanza che le donne indiane utilizzano gli smartphone per navigare in rete, così che la diffusione di queste idee diventa più veloce, colmando il gap con il mondo occidentale.

Forse agli occidentali smaliziati il fenomeno delle blogger indiane fa tenerezza, perché da noi si è superata la fase dell’entusiasmo. Negli anni i blog individuali sono cambiati in quantità (diminuiscono, cioè) e qualità: ora vanno di più i monotematici (specialmente ambientalistici), quelli dei giornalisti di grido, delle mommy-blogger e dei food-blogger. Ma il blog – superato il primo ostacolo psicologico di raccontarsi in rete a migliaia di persone – è stato (ed è tuttora nei Paesi come l’India) innanzitutto un’espressione di libertà individuale molto potente.

Ovvio che ci vuole la tecnologia. Andiamo a vedere cosa succede in Kenya. Come ho letto sul Time Magazine, questo Stato centrafricano è all’avanguardia per il numero e la qualità delle connessioni in rete attraverso i cellulari. Il 92% dei kenioti si collega con un cellulare e uno dei progetti nazionali è fornire ad ogni cittadino gratuitamente le chiamate telefoniche e le email. Perché lo sviluppo e la conoscenza passa nei cavi a fibra ottica. In Kenya.

(Fra qualche mese, i kenioti saranno più e meglio collegati che non in Italia, dove esiste ancora un indecente digital divide per un paese che si picca di essere nel G8. Le penose vicende del Piano Nazionale sono note.)

Uno studio della Banca Mondiale afferma che per ogni 10% di aumento della velocità, le connessioni s’incrementano dell’uno virgola tre per cento.

Personalmente, trovo gli esempio di India e Kenya molto importanti, perché contraddicono tutti gli apocalittici della rete, dei social media e del tempo passato (per alcuni perso) a digitare su di un aggeggio collegato in rete.

Un politico keniota, Bitange Ndemo, ha affermato che ormai “Internet è un diritto umano fondamentale”, anche perché, come ha aggiunto un imprenditore di V4Africa, Ben White, “la gente che si connette comincia a chiedere servizi e quando non li ottiene, si creano situazioni come quella egiziana”. Be’, anche gli italiani che riescono a connettersi chiedono servizi (visto che tra l’altro ci aumentano le tasse) ma non li otteniamo, anzi. Qualcosa non quadra.

Allora, in India ed in Africa la rete e le connessioni sono la libertà e il progresso. In Gran Bretagna (dove hanno arrestato preventivamente un tizio che organizzava una battaglia di gavettoni via Blackberry), in Bielorussia (dov’è vietato anche applaudire) e fra poco anche in Italia, invece, sono armi per delinquere e vanno limitate.

di Marika Borrelli