Il barometro è infallibile, quando Vittorio Feltri indica nuvoloso significa che davvero per Silvio Berlusconi il meteo è plumbeo. L’editorialista del Giornale, due volte ex direttore, ha abbandonato da tempo il ruolo di coscienza critica del berlusconismo (sostituito in questo da Mario Sechi del Tempo) per diventare a un tempo il tifoso sofferente e l’aspirante confessore del premier nella fase crepuscolare in cui il “Diavolo Berlusconi”, secondo lo stilema feltriano, è stato costretto a scoprire la categoria filosofica della necessità e quella monastica del sacrificio.

Tradotto: “É costretto a sopportare politici politicanti, deve difendere la manovra di Tremonti e convincere Bossi sulle pensioni”, come si leggeva ieri in prima pagina sul Giornale a corredo di un editoriale di Feltri dal titolo Quello che Silvio non può dire. E l’indicibile sarebbe questo: “A Silvio Berlusconi chi glielo fa fare di sbattersi in politica fra gente che lo disprezza perché lui le impedisce di sgranocchiare la pannocchia e quella che lo blandisce per strappargli un pezzo di pannocchia da sgranocchiare?”.

Le risposte, Feltri ne è consapevole, sono fin troppo facili: da privato cittadino non potrebbe scriversi le leggi su misura dei suoi processi, o per tutelare le sue aziende (che comunque non se la passano benissimo. -43 per cento in Borsa per Mediaset in sei mesi, anche per le difficoltà politiche del governo) e forse anche le feste eleganti di Arcore sarebbero meno affollate. Ma Vittorio Feltri non crede a queste prosaiche esigenze di sopravvivenza penale e politica. Preferisce accreditare un recondito (e ben nascosto per 17 anni) afflato kennedyano nel Cavaliere, tormentato dalla ricerca del modo migliore per aiutare il Paese anziché di come distorcere il Paese per aiutarsi.

Piaggeria? Forse, ma il Cavaliere in effetti ha cambiato linguaggio. Il 22 giugno, per esempio, diceva che restare a palazzo Chigi “vi assicuro che è un grandissimo sacrificio”. E poi ancora a luglio ha fatto appello allo “spirito di sacrificio con cui i cittadini sono disposti alla revisione di un welfare obsoleto che per garantire tutti non garantisce chi ha davvero bisogno”. E la sua candidatura nel 2013, notizia di pochi giorni fa, ci sarà solo se “necessario”. Ancora ieri, sofferto, ha dovuto smentire pubblicamente le ritrovate velleità secessioniste di Umberto Bossi: “Mi spiace questa volta di non essere d’accordo con il mio amico Umberto Bossi. Sono profondamente convinto che l’Italia c’è e ci sarà sempre”.

Al Giornale di famiglia ci provano in tutti i modi a confortarlo, esasperando lo stoicismo con cui il Cavaliere sopporta il fardello della crisi (di cui, ci tengono sempre a precisare, non è assolutamente responsabile benché governi quasi senza interruzioni da 10 anni). Basta scorrere i titoli di questi giorni per cogliere lo sforzo di Feltri e del direttore Alessandro Sallusti: si va dal “Berlusconi: ci salveremo”, del 4 agosto a “Berlusconi, il piano c’è”, del 21 agosto passando per “gli ostaggi della Lega”, del 19.

Ma tutto è inutile, perché a dispetto del conforto psicanalitico di Feltri – ormai distante chilometri dalla linea editoriale anti-casta del suo ex giornale Libero – da oggi la manovra bis, quella da 55 miliardi, arriva in Senato. E non si scherza più. O vince la Lega, che vuole evitare ogni intervento sulle pensioni (auspicato invece dal babypensionato Feltri) oppure vince Berlusconi che, senza troppa convinzione, ha mandato avanti alcuni fedelissimi del Pdl a chiedere la revisione del contributo di solidarietà, cioè l’aumento dell’Irpef per i redditi medio alti.

A sollevare Berlusconi dal peso del sacrificio e a togliere Feltri dal rovello sul “chi glielo fa fare” potrebbero però pensarci gli elettori. Renato Mannheimer, in un sondaggio Swg anticipato ieri avverte che il Pdl sta sprofondando al 22-25 per cento dei consensi e la Lega arranca all’8. E tutto questo prima ancora che la manovra bis sia entrata in Senato. Figurarsi dopo.

Il Fatto Quotidiano, 23 agosto 2011